Boileau invidia Molière?


Oggi parliamo di un poeta del XVII secolo: Nicolas Boileau-Despréaux (1636 – 1711), conosciuto semplicemente come Boileau o, talvolta, Despréaux (vedi per esempioVoltaire nell’epistola ad Orazio).
Siamo nel 1666, allorché Boileau pubblica le sue celebri “Satire”, a pochi anni dalla morte del cardinale Mazzarino (1661) e quindi nel momento di ascesa definitiva di Luigi XIV e del suo assolutismo monarchico. Quello che in Italia si chiama secolo barocco, in Francia sarà il “Grand Siècle”, soprannominato “période classique”.
Secolo classico perché gli scrittori sono poi divenuti classici … chi non conosce la triade somma degli autori teatrali francesi: Corneille, Racine e Molière?
E classico perché dominato dal classicismo, nei temi (si pensi a Fedra, Britannico, Andromeda, ecc… tutte opere basate su un repertorio propriamente classico), ma anche nella forma; più che la stravaganza e l’immaginazione barocca, a dominare la scena è la razionalità, il gusto per la simmetria, l’ordine, la regola (e di conseguenza, la censura).
Il 600 francese è anche il secolo delle dispute letterarie, le cosiddette “querelles”, e così c’è una querelle per il Cid di Corneille, una querelle per “L’école des femmes” di Molière, una querelle per la doppia “Phèdre” di Racine e Pradon (chi ha copiato chi?). Ad ogni opera teatrale rappresentata corrisponde una lotta fra i suoi sostenitori e detrattori ed è la critica letteraria a farla da padrone.
Ogni pretesto è buono, a partire dalle unità aristoteliche (tempo, luogo e azione), per non parlare poi della regola di non mischiare fra loro i generi teatrali (es. il Cid di Corneille è una tragi-commedia, perciò messa sotto accusa), o ancora quella di rispettare la verosimiglianza, e poi ancora il pubblico decoro, ecc…
Insomma, questi beneamati autori del XVII secolo tenevano molto alle regole, ed erano pertanto ligi e intransigenti. Questa loro inclinazione impregnerà le lettere nazionali fino al Romanticismo, tant’è che basterà a Bizet mettere in scena davanti al pubblico la morte della gitana Carmen per suscitare uno scandalo eclatante.
Il nostro Boileau in particolare, si scervellava sul problema della versificazione, tanto da meritarsi, non a caso, il soprannome di “legislatore del Parnaso”.
“La rima è una schiava, e deve obbedire”, scriverà nella sua “Art poétique”.
Un problema, quello della rima, che per chi è del mestiere rappresenta un grande ostacolo, e che ogni poeta a modo suo deve risolvere. Solo gradualmente gli autori conquisteranno la facoltà di poter usare il verso sciolto (ovvero senza rima).
"Per esserti più caro egli ha scosso il giogo della servile rima, e se ne va libero in Versi Sciolti" già scriveva il Parini nel 1763. E nel 1971 Montale poneva fine all'annoso, secolare, per poco millenario problema decretando "Le rime sono più noiose delle Dame di San Vincenzo", mettendole, per così dire, non senza qualche riguardo, alla porta.
Aggiungeva poi, ironico: "prima o poi (rime e vecchiarde) / bussano ancora e sono sempre quelle".
Ma qui siamo nel “lontano” XVII secolo, e nel XVII secolo delle rime non si può proprio fare a meno. Persino i drammaturghi e i commedianti scrivevano in rima le loro opere teatrali. 
La rima, lo ripetiamo, per Boileau è una schiava, e deve obbedire!
Una schiava talvolta ribelle, che detta a sua volta severe leggi, e di cui il nostro legislatore del Parnaso, messo sotto schiaffo, si lamentava seccato.

La satira che ho scelto da leggere in questo articolo parla proprio di questo. Fu la seconda scritta da Boileau, nel 1664, dedicata a Molière, il celebre commediografo.
SATIRA II.
1664.

A MOLIERE
ACCORDO DELLA RIMA E DELLA RAGIONE
Spirito raro e famoso, la cui fertile vena
Scrivendo ignora la fatica e la pena;
per cui Apollo tiene i suoi tesori aperti
e che sai con quale conio si fanno i buoni versi,
nelle battaglie di spirito sapiente maestro di scherma,
insegnami, Molière, dove tu trovi la rima.
Si direbbe, quando tu vuoi, che lei ti venga a cercare.
Mai alla fine di un verso ti abbiamo visto protestare
e, senza che un lungo periodo ti arrestasse o ostacolasse,
bastava tu parlassi ed era lei stessa che ci si piazzava.
Ma a me, che per un vano capriccio, un bizzarro umore,
per i miei peccati, credo, lei* fece diventare rimatore, (*la rima, ovviamente)
in questo rude mestiere il mio spirito si uccide,
invano, per trovarla, io fatico e sudo.
Spesso ho un gran bel da fare giorno e notte,
quando voglio dire bianco, la scontrosa dice nero.
[…]
Infine, qualsiasi cosa faccia o voglia fare,
la bizzarra sempre viene a offrirmi l’opposto.
Con rabbia qualche volta, non potendo trovarla,
triste, stanco e confuso, smetto di pensarci
e, maledicendo venti volte il demonio che m’ispira,
faccio mille giuramenti di non scriver mai più.
Ma, dopo aver maledetto sia le Muse sia Febo,
io la vedo apparire quando non ci pensavo nemmeno più;
e così, mio malgrado, tutta la mia fiamma si riaccende;
riprendo sul campo la carta e la piuma,
e, perdendo il ricordo dei miei vani giuramenti,
attendo di verso in verso che lei si degni di venire.
 […]
Con tutte queste belle parole, spesso messe alla rinfusa,
potrei agevolmente, senza genio né arte,
spostando cento volte e il nome e il verbo,
nei miei versi ricuciti fare a pezzi Malherbe (*poeta tardo-rinascimentale)
ma il mio spirito, tremando sulla scelta delle parole,
non ne dirà mai una, senza che essa cada a puntino.
E non saprebbe penare a meno che una frase insipida
venga alla fine di un verso a riempire il vuoto;
così ricominciando un’opera venti volte,
se scrivo quattro parole, ne cancellerò tre.
Sia maledetto il primo la cui verve insensata
sul limitare del verso nascose il suo pensiero
e dando ai versi una stretta prigione
volle con la rima incatenare la ragione!
 (*qui Boileau maledice chi ha inventato la rima che nella metrica greca e latina non esisteva)
Senza questo mestiere fatale nel riposo della mia vita,
i miei giorni, pieni di libertà, scorrerebbero senza capriccio
non avrei che da cantare, ridere, bere
e, come un grasso canonico, con benessere e gioia,
passare tranquillamente, senza cura, senz’occupazione,
la notte a ben dormire, e il giorno nel dolce far nulla.
Il mio cuore, privo di angosce, libero da passione,
saprebbe dare un limite alla propria ambizione,
e fuggire delle grandezze la presenza molesta.
[…]
E sarei felice se, per consumarmi,
un destino invidioso non mi avesse fatto rimare,
ma dal momento che questa frenesia
con i suoi neri vapori turbò la mia fantasia,
e che un demone geloso del mio godimento
m’ispirò il disegno di scrivere correttamente,
tutti i giorni mio malgrado, incollato ad un’opera,
ritoccando un punto, tagliando una pagina,
insomma trascorrendo la mia vita in questo triste mestiere,
io invidio, scrivendo, la sorte di Pelletier.
(*Pelletier, poeta di scarsa qualità, non c’era un giorno in cui non scrivesse un sonetto. Prese la satira di Boileau come un elogio e la fece riportare in tutte le sue opere)
Ben felice Scudéri, la cui fertile piuma
può tutti i mesi senza sforzo concepire un volume.
I tuoi scritti, è vero, senza arte né languore,
sembrano esser fatti a dispetto del buon senso,
ma se essi trovassero, checché se ne possa dire,
un mercante per venderli e dei fessi per leggerli,
visto che la rima si trova alla fine del verso
che importa se il resto ci si è messo di traverso?
Maledetto mille volte colui la cui mania
volle alle regole dell’arte asservire il suo genio,
un fesso, scrivendo, fa tutto con piacere,
non ha nei suoi versi l’imbarazzo della scelta
e, sempre innamorato di ciò che ha appena scritto
rapito dallo stupore lui stesso si auto-ammira.
Ma uno spirito sublime che invano vuol elevarsi
a questo grado di perfezione, non cessa di cercare
e, sempre scontento di ciò che ha appena fatto,
piace a tutti e ancora non saprebbe piacersi.
[…]
Tu allora, che vedi tutti i mali dove la mia musa di inabissa,
di grazia insegnami l’arte di trovare la rima;
o poiché infine le tue angosce ci sarebbero superflue,
Molière, insegnami l’arte di non rimare più.

Ebbene sì, Boileau invidiava Molière.
Ora, sia chiaro, la maggiorparte dei critici sono propensi nel ritenere l’invidia di Boileau una vera e propria ammirazione nei confronti del suo amico e collega. Ma non manca chi invece tende a sottolineare l’ambiguità di un testo in cui con falsa modestia un grande poeta si rivolge ad un altrettanto valido versificatore. In particolare ricordiamo Pierre Louÿs e la sua cerchia di intellettuali che verso la fine dell’800 lo lessero in maniera ironica, proprio a partire dal genere trattato: la satira.
Boileau, dal canto suo, è diretto, confessa suo malgrado di non riuscire sempre a scrivere buoni versi e di andare a tentoni … spesso rinunciando per poi riprendere il lavoro in un secondo momento.
Mi ha ricordato un po’ Orazio che in una sua satira diceva di Lucilio: “Eccolo, in un’ora, come fosse gran cosa, dettava sovente 200 versi, e reggendosi su un piede soltanto. Siccome scorreva fangoso (lutulentus), c’erano cose che avresti voluto levare; era ciarliero e insofferente della fatica di scrivere, di scrivere bene…”
Per i poeti del tempo scrivere velocemente era sintomo di immaturità poetica e di superficialità, come evidenzia appunto Boileau facendo l’esempio di Pelletier. La poesia è una cosa posata, soppesata, sedimentata. E sotto il peso della ragione la rima deve essere effetto di un’attenta lima.
Ma se volessimo descrivere il rapporto che intercorre fra Boileau e Molière, non è affatto cosa facile.
Facciamo un passo indietro, ad esattamente un anno prima, nel 1663.
All’indomani della rappresentazione della discussa “école des Femmes” di Molière, il nostro Boileau scrive queste stanze:

Invano mille gelosi spiriti,
Molière, osano con disprezzo
censurare la tua più bella opera:
(*in realtà Molière è ancora all’inizio della sua carriera)
la sua incantevole ingenuità
andrà per sempre, di anno in anno,
a divertire la posterità.

Che tu ridi piacevolmente!
Che tu scherzi saggiamente!
Colui che seppe vincere Numanzia,
che mise Cartagine sotto la sua legge,
mai sotto il nome di Terenzio,
sepp’egli meglio scherzare di te?
(*si riferisce a Scipione Emiliano che si dice scrivesse le commedie al posto di Terenzio, che invece fungeva da prestanome)

La tua musa con utilità
dice piacevolmente la verità:
ciascuno approfitta della tua Scuola:
(*riferimento al titolo “L’école des femmes”)
tutto in lei è bello, tutto è buono,
e la tua parola più burlesca
vale spesso più di un dotto sermone.

Lascia stare gli invidiosi:
egli hanno ben da gridare ovunque
che invano tu edulcori il volgare,
che i tuoi versi non hanno niente di piacevole.
Se solo tu sapessi un poco meno piacere alla gente,
non gli dispiaceresti poi così tanto.

Ci sarebbe ancora molto di cui discorrere ma per non appesantire l’articolo preferisco chiuderlo qui.
Lascio aperta la domanda: Boileau invidia Molière?

Hervé Guibert e gli amori malati


È passato già molto tempo da quando ho letto per la prima volta un libro di Hervé Guibert e mi sono ripromesso spesso di parlarne qui sul blog. È uno scrittore affascinante e per questo non può mancare in questo wunderkammer virtuale dove tratto per lo più cose di nicchia, eppure curiose.
Piccolo accenno biografico per identificare l’autore: Hervé Guibert (1955 – 1991) è stato uno scrittore, critico e fotografo francese, omosessuale, morto all’età di 36 anni di AIDS, raccontata in uno dei suoi ultimi libri “All’amico che NON mi ha salvato la vita” (1990).




Il libro di cui parliamo si intitola “Fou de Vincent” (pazzo di Vincent), pubblicato nel 1989, edito éditions de Minuit.
La struttura del libro è particolare, molto post-moderna oserei direi, perché racconta la storia di un amore malato a ritroso, dalla fine all’inizio, e lo fa in maniera frammentaria, per piccoli segmenti senza nessi logici che li colleghino l’uno all’altro. La cosa a prima vista può sembrare una soluzione banale, che garantisce la narratività senza fare lo sforzo di un racconto continuo e logicamente coerente, ma vi assicuro, per i miei esperimenti letterari in prima persona, che è difficile e valido allo stesso modo di una narrazione classica. Ovviamente si tratta di scelte stilistiche, tutt’al più, e questo tipo di scrittura si presta a mio avviso a ricostruzioni di vicende già di per sé frammentate, dove c’è poco da parlare della storia in sé (magari perché comune o perché non è l’obiettivo principale dello scrittore) ma molto invece dell’interiorità del protagonista, del modo in cui egli ha vissuto, dei suoi pensieri spesso contraddittori.
Lo stile è molto efficace, le frasi sono spesso nominali, brevi, concise, a tratti ambigue che lasciano intendere altro e che spiazzano per l’alternarsi di termini volgari ed eleganti in uno stesso periodo. Le metafore sono al limite del quotidiano, oggettivizzate, una lampada, un'illustrazione pornografica, il sudore, una danza al ritmo di Kiss di Prince, etc ... 
 Come ho già accennato, dal punto di vista narrativo, la storia è molto semplice: il protagonista (presumibilmente coincidente con l’autore, quindi Hervé) è pazzo di Vincent. Ma il loro amore non è sano, bensì tossico dall’interno.
Vincent è più giovane, preferisce le donne ma si accontenta dei favori che il protagonista gli fa continuamente, sessuali e non, come un pupazzo nelle sue mani. Droga, sesso, alcool, sono questi i vizi che coronano la loro “relazione” e che fanno di Vincent un narcisista dedito alla ricerca solo e soltanto del proprio piacere personale. Una passione devastatrice e masochista che può diventare amore puro, odio o desiderio crudele a seconda dei momenti. “Che cos'era? Una passione? Un amore? Un'ossessione erotica? O una delle mie invenzioni?”, si chiede il narratore in una delle prime battute del libro.

Ma veniamo adesso agli estratti, per dare un’idea complessiva del modo di scrivere di Hervé Guibert e dei suoi intenti letterari.




Riletto ieri sera con emozione, aspettando Vincent, i "Frammenti d'un discorso amoroso": ho l'impressione di perseguire spesso le cose indicate da Barthes.


Vincent non è disponibile: deve andare a prendere la sua paga, e preferisce spenderla senza di me, con delle ragazze, la carogna.


Questa voglia furiosa (ottusa e gloriosa, lamentabile) di cazzi, e che deve essere più in generale, di sessi, di fesse (ho sentito Vincent sognarle ad alta voce l'altra notte mentre lo succhiavo), non è essa così astratta e primordiale come la voglia del libro, del quadro?


Vincent stava cagando, e io ho provato a succhiarlo: non era un vizio o la ricerca di un’eccitazione eccezionale, ma si trattava semplicemente di un movimento amoroso.


Lui mi dice che non crediamo alle stesse cose, perché lui non crede a nulla, né all'amore né alla letteratura, né tantomeno a Dio, appena appena alla bellezza dell'onda o della neve. Vuole farmi mangiare le mie illustrazioni pornografiche mentre lui, così dice, del libro che gli ho appena regalato, divorerà i bordi prima di attaccarsi alle parti inchiostrate, più amare.


L'essere che manca alla mia vita: colui che saprà (s)battermi, ho creduto a lungo che sarebbe uscito da T., che sarebbe stato un essere compreso in lui sdoppiatosi, ma non lo è mai stato per nulla; ho creduto a lungo che sarebbe stato Vincent, ma non lo è mai stato per nulla. Qualche volta dubito della necessità di un'annotazione, come questa qui, ma la scrittura fa presto cadere ciò che in lei si annunciava di tortuoso: l'indicibile.

Hervé Guibert e Vincent

Lui ha ballato nella mia bocca (*chiaro riferimento all’irrumazione).




Su “Kiss” di Prince ballava con il suo sesso nella mia bocca, in quel momento avrei potuto chiedergli qualsiasi cosa. 




Si, aspettarlo è delizioso, ubriacarmi aspettandolo è delizioso (io sono, come sempre nella scrittura, talvolta il sapiente e talvolta il ratto che lui sventra per poi esaminare).


Con Vincent abbiamo passato la maggior parte della notte a tentare di mettermelo dentro. Ciò mi ha fatto venire in mente le notti bianche giovanili in due, le prime in assoluto, dove la sensualità porta allo sfinimento, dove la ricerca vana del piacere diventa più esaltante del piacere atteso, e dove i corpi si mettono a sganciare uno strano odore, al di là della sessualità, un sudore d'assoluto.


Ho restituito la droga all'amico che me l'aveva procurata. (*qui il narratore lascia intendere i suoi tentativi di allontanarsi da questo amore malato, a partire dai vizi che lo costituiscono)


Era un contatto troppo crudele: per vedersi c'era bisogno che a lui andasse tutto male e che io invece stessi bene. (*indice di narcisismo!)


Avevo mal di testa, gli domandai di massaggiarmi il trapezio della mia schiena. I suoi palmi rinsecchiti, ruvidi, screpolati dalle micosi passavano sulle mie spalle, il mio cuore li rendeva dolci come la seta.


Mi sembra che l'ultima volta mi abbia detto: "non sarei mai capace di farti del male".


Vincent non è venuto: non è solo la privazione della sua carne, ma il crollo delle speranze, questo sogno di viaggio, la prospettiva principale atrocemente otturata di colpo. Stamattina mi sento come un disastrato.
 
Foto di Hervé Guibert, dal titolo "Vincent"
Guardo vicino a lui delle cassette porno con delle ragazze, gli carezzo il dorso da sotto la maglietta, la sua mano mi difende il suo sesso, dopo una bella mezz'ora la leva, struscio la verga da sopra il pantalone, senza riuscire a sbottonarlo, vedo ai suoi lati una delle immagini che mi eccita di più, un ragazzo che lecca un cazzo che entra ed esce dalla vagina, e lui si addormenta.


Stamattina, tra le lenzuola di T. e di C., mi sono masturbato inventando un sempiterno scenario: ho il diritto di leccare Vincent, l'abbiamo convenuto insieme, ma non di succhiarlo; ogni volta che ci provo, malgrado questo divieto, può battermi a sangue.


Per farmi masturbare da lui, Vincent mi obbliga a sognare ad alta voce delle maestre che non ho mai avuto. E ovviamente, fantastica su mia sorella, me la fa descrivere, mi domanda d'incontrarla, di portargliela.


Sogno: Vincent me lo succhia, finalmente, riesco a mettergli il cazzo nella bocca, noto che sotto la lingua ha delle piccole stelle bianche (*probabilmente qualche malattia o qualche droga), devono essere scappate dal globo stellare che avevo lasciato acceso per addormentarmi.


D'ora in avanti, sull'agenda, per superstizione, aggiungo un punto interrogativo al suo nome (*qui il narratore lascia intendere che Vincent non gli da certezze, che la sua assenza spesso è ingiustificata e che l’amore che prova per lui è a senso unico)



Spero che i frammenti vi siano piaciuti e che vi abbiano dato un'idea del libro, alla prossima!


Mallarmé: la forza delle parole.


 Stavolta non tratterò delle poesie in particolare perché voglio spiegarvi un grande insegnamento che mi è stato “dato” nel corso dei miei studi sui poeti francesi.

Tutti sappiamo quanto le parole abbiano un valore, il loro potere è di una portata indescrivibile. Lo diceva già Gorgia nell’antichità: le parole possono curare o tormentare, informare o ingannare, creare o distruggere. Lo straordinario potere delle parole è a sua volta un mistero, se solo ci soffermiamo a riflettere sul fatto che esse non sono altro che composizioni di sillabe, che a loro volta si compongono di lettere, che a loro volta si compongono di segni. Così per la lingua scritta, così per quella orale.


Il poeta di cui parliamo oggi è Stéphane Mallarmé (1842 - 1898).
Mallarmé era ossessionato da due cose: gli uccelli e le lettere.
Sugli uccelli “sorvoliamo”, se mi si permette il gioco di parole, ma solo per il momento.
Per quanto riguarda le lettere, invece, non posso non spendere qualche parola.
Il nostro Mallarmé era appassionato di filologia, insegnava (da francese) la lingua e la letteratura inglese. Nei suoi vari studi di filologia comparata, si era imbattuto più volte in una questione che lo incuriosiva particolarmente: l'invenzione dell'alfabeto, dei geroglifici, degli ideogrammi, delle lettere in generale... Arrivando nel 1866 ad interessarsi persino di alchimia e di Kabbala (la scienza mistica ebraica che studia i nomi di Dio e li usa come mezzo di contemplazione dell’essenza divina).
A questo proposito Anatole France dirà: “per Mallarmé, come per gli gnostici e i cabbalisti, tutto nella natura visibile è segno e corrispondenza".
Dobbiamo allora cercare di immaginarcelo quest’uomo, questo filologo, questo poeta che accarezza le parole, le pronuncia, le scandisce, le pensa più di una volta prima di metterle penna su carta, assaporandole, meravigliandosi persino del loro suono e del loro significato.
È una caratteristica che io ho sempre invidiato: la strenua capacità di osservazione che arriva persino a soppesare le parole.
Ma più di ogni altra cosa Mallarmé mi ha insegnato che proprio perché il linguaggio può essere autoreferenziale, esso ha un valore immenso che non deve essere sottovalutato.
Mallarmé ci credeva e forse proprio per questo la sua poesia risulta complicata, non è fluida, non scorre sotto la fugace ispirazione. Ciò non toglie che resta evocatrice, come ogni poesia che si rispetti.
Tornando alla questione del linguaggio, va da sé che il nostro poeta amava i giochi di parole, o come li chiamano i francesi, i “calembour”. Ci vuole molta arguzia per coglierli, ma aprono orizzonti inaspettati.
Mallarmé giocava persino col proprio nome, diceva “un bel nome è l’essenziale”.
Eppure non è sempre stato così. Ci aveva sofferto, nei suoi anni d’infanzia, quando a scuola lo prendevano in giro per il suo cognome che si poteva anche leggere “Mal armé” (ovvero “mal armato”).
Schernito dai suoi compagni, lui, di salute gracile per tutta la vita, aveva detestato il suo nome più di chiunque altro.
Eppure, nonostante ciò, l’aveva mantenuto anche dopo essere diventato poeta e aver pubblicato libri.
Non erano mancati anche qui giochi di parole simili, fra i suoi colleghi poeti, citiamo per esempio Verlaine:
« Vous n'êtes pas mal armé /Plus que Sully n'est prudhomme. »”
“Voi non siete affatto mal armato, come Sully non è affatto un uomo onesto” (anche qui gioco di parole sul poeta Sully Prudhomme con “prudhomme” che può significare “un uomo onesto”, un “proboviro”).
Il nostro Mallarmé avrebbe potuto benissimo scegliere uno pseudonimo, come facevano tanti suoi colleghi, per citarne qualcuno: Tristan Corbière (anche qui gioco di parole: Triste en corps bière, ovvero triste in un corpo di birra) o Lautréamont.
E invece l’ha mantenuto. Perché?
Qui torna utile la riflessione fatta sulle lettere, le lettere tanto accarezzate dal poeta.
Nel nome MaLLarmé ne spicca una in particolare, raddoppiata: la L.
In francese le due L si possono pronunciare anche “deux ailes”, ovvero “due ali”. Mallarmé ha voluto conservare le sue due ali, lui che si paragonava spesso agli uccelli, principe dell’Azzurro, del cielo infinito.
Le sue due ali sono una via di fuga, come dirà in una poesia: “M'enfuir avec mes deux ailes . . .” (fuggirmene con le mie due ali).
Anche nella firma Mallarmé tendeva a sottolineare la forma di due ali quando scriveva le due L.


Ma cosa rappresentano esattamente?
Ebbene, le ali non sono altro che la poesia, come diceva Platone “Il poeta è cosa alata”. La poesia è volo verso l’Azur, l’infinito che ossessionava Mallarmé.
E così, dotato di due ali, egli non poteva essere nient'altro se non un poeta, perché era scritto nel suo nome, come predestinato.  
Un magnifico rovesciamento e un riscatto per la cattiva “fama” di un cognome ritenuto ridicolo. Che cosa magnifica!



Lo spunto per quest’articolo mi è venuto da uno studio su Mallarmé di Brigitte Léon-Dufour che potete trovare qui: https://www.persee.fr/docAsPDF/caief_0571-5865_1975_num_27_1_1093.pdf (Mallarmé et l’alphabet)