Visualizzazione post con etichetta aids. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta aids. Mostra tutti i post

2 poesie contro l'AIDS - Michael Lassell e Adrienne Rich

1 Dicembre, Giornata Mondiale contro l'AIDS
È da un po’ di tempo che mi occupo della tematica dell’AIDS, in particolare in ambito artistico-letterario, e più nello specifico dell'America degli anni 80.
Dal punto di vista storico e sociale, credo che sia stato uno degli eventi che più hanno segnato la fine del ventesimo secolo, portando ancora una volta alla ribalta l’indifferenza, il silenzio e il disprezzo di cui sono capaci gli uomini.
L’America degli anni 80 è quella in cui Jesse Helms si schiera in senato contro gli artisti controversi per tagliare loro i fondi federali, che sia il blasfemo Andres Serrano con il Piss Christ o il “pedofilo” sadomasochista Mapplethorpe con opere che possono variare dall’innocente coppia di bambini Honey and Rosey al fisting di Helmut and Brooks. È lo stesso periodo in cui Reagan si chiude nel suo silenzio, lasciando a se stessi i colpiti dal virus, senza cercare soluzioni o aiutare la ricerca farmaceutica. Basti pensare che quando fu sviluppato il primo farmaco contro l’HIV, il celebre AZT, in mancanza di una legislazione adeguata, la FDA (Food and Drug Administration) fu costretta a cedere i diritti di vendita ad un’azienda privata: la multinazionale Borroughs Wellcome, che si mise a vendere il farmaco a prezzi così alti che quasi nessun malato poteva permetterselo. La nascita di un conseguente mercato nero, e i rischi che esso comportava, è un fatto quasi ovvio e al tempo stesso gravissimo.
Nel volgere di pochi anni a partire dallo scoppio dell’epidemia (1981), l’AIDS stravolse milioni di vite, in particolare nelle grandi metropoli come Los Angeles, San Francisco e New York (“But by 1985, AIDS changed New York”, dirà Keith Haring). L’ignoranza e la mancata comprensione della natura del virus portarono a vedere gli omosessuali come le vittime principali e al tempo stesso il caprio espiatorio cui addossare tutta la colpa. Le campagne omofobiche e le discriminazioni a oltranza che seguirono denotano ancora oggi uno dei tratti salienti nella storia dell’epidemia e la sensibilizzazione verso questi argomenti è la base su cui debbono costruirsi le campagne di prevenzione.  
Oggi, 1 Dicembre, è la giornata mondiale contro l’AIDS.  Per celebrarla ho deciso di proporre due poesie: “How to watch your brother die” di Michael Lassell e “In Memoriam D.K.” di Adrienne Rich.
Entrambe sono contenute nell’antologia “Poets for life: seventy-six poets respond to AIDS” curata da Michael Klein nel 1989, in piena epoca attivista. Il libro, forte degli illustri poeti americani che avevano contribuito alla sua realizzazione, vinse anche il premio Lambda Book Award, per essere riuscito a cogliere pienamente il segno umano della malattia. Leggerlo ancora oggi mette i brividi.  “Communities make difference” recita lo slogan della giornata mondiale contro l’AIDS, qual miglior modo allora di celebrare le comunità impegnate nella lotta se non con un libro nato in seno ad esse?

He kills me, Donald Moffett, 1987. Metropolitan Museum of New York.
"He kills me...", Reagan mi uccide: con il suo silenzio...

Come guardare tuo fratello morire, di Michael Lassell.

Quando la chiamata arriva, mantieni la calma.
Di' a tua moglie, "Mio fratello sta morendo.
Devo prendere un aereo per la California".
Prova a non rimanere scioccato che lui somigli già ad un cadavere.
Di' al giovane uomo che siede al suo fianco,
"Sono suo fratello".
Prova a non rimanere scioccato quando il giovane uomo dice,
"Sono il suo fidanzato. Grazie per essere venuto."

Ascolta il dottore con una faccia impassibile.
Firma i moduli necessari.
Di' al dottore che ti prenderai cura di tutto.
Immagina perché i dottori siano così distaccati.

Guarda gli occhi del suo amato fissare
gli occhi di tuo fratello come si fissa il vuoto.
Immagina cosa ci vedano lì dentro.
Ricorda del tempo in cui era geloso
e ti aprì le sopracciglia con uno spillo.
Perdonalo ad alta voce
anche se non ti può sentire.
Realizza che la cicatrice
sarà l'unica cosa che ti rimarrà di lui.

Durante un caffè nel bar dell'ospedale
Di’ al suo amato, "Sei davvero un bell'uomo".
Ascoltalo rispondere,
"Non avrei mai pensato di essere
abbastanza bello da meritare tuo fratello".

Guarda le lacrime scendere dai suoi occhi.
Di', "mi dispiace. Non so cosa significhi
amare un altro uomo".
Ascoltalo rispondere,
"è come con una donna, solo l'impegno
è maggiore perché le avversità saranno molto più grandi."
Non dire nulla, ma prendigli la mano come un fratello.

Guida fino in Messico per delle medicine non testate
che potrebbero aiutarlo a vivere più a lungo.
Spiega cosa siano alla guardia di frontiera.
Senti la rabbia assallirti quando ti informa,
"Non puoi portare queste cose dall'altra parte".
Comincia a diventare insistente.
Senti la mano dell'amato sulle tue braccia
che ti stringono. Guarda negli occhi della guardia
quanto un uomo possa odiare un altro uomo.
Chiedi all'amato, "Come puoi sopportare tutto questo?"
Ascoltalo rispondere, "Ci fai l'abitudine."
Pensa ad uno dei tuoi figli che si abitua
all'odio di un altro uomo.

Chiama tua moglie al telefono. Dille,
"Non gli rimane molto tempo.
Sarò a casa presto". Prima di riattaccare dici,
"Come può qualsiasi impegno essere più forte
di quello tra marito e moglie?". Ascoltala rispondere,
"Per favore. Non voglio sapere tutti i dettagli".

Quando lui cade in un coma irreversibile,
stringi il suo amato fra le tue braccia mentre singhiozza,
poiché non sarà mai più forte. Immagina per quanto tempo
riuscirai tu ad essere forte.
Senti come ci si sente a stringere un uomo fra le tue braccia
le cui braccia sono abituate a stringere altri uomini.
Offri a Dio qualsiasi cosa per ridarti indietro tuo fratello.
Sappi già che non c'è niente che Dio possa volere.
Maledici Dio, ma non abbandonarLo.

Fissa l'impresario delle pompe funebri
quando ti dice che non imbalsamerà la salma
per paura del contagio. Lascia che veda nei tuoi occhi
quanto un uomo possa odiare un altro uomo.


Rimani dietro una bara coperta di fiori,
fiori bianchi. Di’,
"Grazie per essere venuto," a ciascuno dei settecento uomini
che fanno la fila in lacrime, alcuni tenendosi per mano.
Sappi che la vita di tuo fratello non è quella che immaginavi.
Origlia due persone dire, "immagino chi sia il prossimo" e
"Non mi interessa più niente
purché non si tratti di te".

Sistema le tue cose per un volo presto a casa.
Il suo amato ti guiderà all'aeroporto.
Quando il tuo volo viene annunciato di',
imbarazzato, "se posso fare qualunque cosa per te,
per favore, fammi sapere". Non sobbalzare quando lui risponde,
"Perdona te stesso per non averlo voluto conoscere
dopo che lui te l'ha detto. Lui lo ha fatto".
Fermati e assesta il colpo. Di',
"Mi ha perdonato o si è conosciuto?"
"Entrambi", l'amato dirà, non sapendo che altro fare.
Stringilo come un fratello mentre ti bacia sulla guancia.
Pensa che non sei più stato baciato da nessun uomo
dopo che tuo padre è morto. Pensa,
"non è questo il momento per essere forti".

Vola in prima classe e bevi Scotch. Tocca
il tuo sopracciglio mozzato con un dito
e pensa a tuo fratello da vivo. Sorridi
in suo ricordo e pensa
come i tuoi bambini si sentiranno nelle tue braccia
calorose e amichevoli e senza sfide."

 
Silence = Death, David Wojnarowicz e Andreas Sterzing, 1989. PPOW Gallery, New York.
"Silence = Death" è lo slogan della coalizione ACT UP che lotta per sensibilizzare le persone sul tema. David Wojnarowicz, arrabbiato per l'indifferenza del governo americano, decide di cucirsi la bocca.

In Memoriam D.K., Elegia per David Kalstone, di Adrienne Rich
“Un uomo che cammina per strada
si sente malato, si è sentito malato
tutta la settimana, un po'...
ancora i fiori riempiono
i vasi all'angolo: anemoni non ancora sbocciati:
lui sa che si apriranno
rossi, viola, rosa, gialli
fino in fondo ai loro nuclei di velluto.
I fiori appesi allo steccato, delle fucsia,
che si aprono con tutti i loro petali, brulicanti di vita.
Lui che è stato felice più spesso che triste,
inconscientemente felice,
bene più spesso che male,
uno dei fortunati sta pensando alla morte
e alla sua musica, alla poesia,
alle sue traduzioni nella vita...
E a che servirà per te andare a casa e mettere il Requiem di Mozart?
Leggere Keats? Come ti curerà la cultura?
Povera, infelice, malata cultura, cosa può essa cantare o dire di qui a sei settimane, per te?

Dammi la tua mano viva...
Se potessi prendere l'ora che la morte ha messo dentro di te,
non dichiarata, non nominata
- anche se, caro, se potessi prendere quell'ora
con le mie pinze, strapparla via come un mostro
estrarla con violenza dalla tua carne,
dissolvere la sua forma nella calce viva
e farti sentire di nuovo meglio
no, non di nuovo
ma ancora..."


Ignorance = Fear, Keith Haring, 1989.
Poster per la coalizione ACT UP, per combattere il silenzio e la paura che seguono l'epidemia di AIDS.

Hervé Guibert: La morte propaganda (1977)


“Il mio corpo, per effetto del piacere o del dolore, si ritrova sempre in uno stato di teatralità, di parossismo, che mi piacerebbe riprodurre in qualche modo: attraverso la fotografia, un film, una colonna sonora.
Non appena interviene una deformazione, non appena il corpo si isterizza, vorrei mettere in opera un dispositivo di trascrizione: eruttazioni, deiezioni, sperma prodotto dalle masturbazioni, diarree, sputi, catarri della bocca e del culo. Ingegnarmi a fotografarli, a registrarli. Lasciar parlare questo corpo scosso dalle convulsioni, maciullato, urlante. [...]
Il mio corpo è un laboratorio che apro al pubblico come uno spettacolo, unico attore, unico strumento dei miei deliri organici”



Questo è il secondo post che ho deciso di dedicare all’opera di Hervé Guibert (per il primo, clicca qui), un autore che purtroppo in Italia è poco conosciuto e tradotto, ma che in Francia è regolarmente edito e distribuito.
Parleremo oggi della sua opera prima: “La mort propagande”, pubblicata a soli ventidue anni nel 1977 presso l’editore Régine Deforges e riedita presso lo stesso nel 1991 con alcune piccole modifiche.
In Italia il libro è uno dei pochi tradotti e lo si può trovare in una piccola libreria a Napoli, la “Libreria Dante & Descartes” a Piazza del Gesù Nuovo.



In quest’opera Hervé mette in scena la propria morte, un po’ come aveva fatto Caravaggio nel suo Davide e Golia.
E non è mica facile immaginarsi morti, visualizzare il proprio cadavere, la propria testa mozzata!
Caravaggio ci era riuscito in maniera magnifica, rappresentando l’atroce urlo della morte con un realismo al tempo ancora inedito.

Caravaggio, Davide con la testa di Golia (1610 ca), olio su tela, Galleria Borghese (Roma).
Si dice che Caravaggio, probabilmente condannato a morte, inviò quest'opera al cardinale Borghese per esortarlo a intercedere per lui concedendogli la grazia per un'omicidio commesso. L'autoritratto del pittore nella testa di Golia sarebbe stato quindi un modo eloquente per spingere il cardinale alla commozione e alla pietà.

Anche Hervé a modo suo, lui, uno degli inventori della cosiddetta autofiction, lo fa con cinica meticolosità.

“Nella notte fra il 6 e il 7 marzo 19…, H.G. venne trovato morto al centro della sua camera in disordine, immerso nel suo stesso sangue. La morte l’aveva zittito per sempre.
Il suo petto era stato compresso fino a fargli uscire il cuore dalla gola, fino a farglielo rigettare. Era stato tagliato a strisce e strati di pelle, successivamente messi in esposizione, inchiodati sui muri della camera. Quindi, le sue ossa erano state fatte bollire in una grande marmitta di latta così da ottenere diverse gelatine in seguito colorate e inventariate.”
Hervé descrive tutto della sua morte: il suo corpo, parabola di una vita che si apre e si chiude intorno ad esso, è espresso nelle sue mutevoli sfaccettature.

Ogni secrezione, ogni singola sostanza prodotta, Hervé la mette sul tavolo, la studia, l’analizza con termini quasi scientifici, stendendola nuda e cruda sul banco come in una vivisezione alla dottor Tulp.

Magnificazione di tutto quello che un corpo è e può fare nella sua costituzione e nei suoi limiti.
Perché, alla maniera platonica, tutto passa attraverso di esso, tutte le emozioni più forti che sono fonte di vita. Tant’è che in una delle sue opere postume, nel diario d’ospedale “Cytomégalovirus”, il nostro Hervé, ormai annullato dalla sieropositività, dirà: “quando ritrovo un’emozione erotica, è un po’ di vita che ritrovo in questo bagno di morte”.
La sessualità, le pulsioni, i desideri erotici, le fantasie più sfrenate, sono tutte queste cose che si celano dietro il mistero del corpo che cerca incessantemente il contatto dell'altro, questione di chimica, di atomi.
Un corpo che allo stesso tempo è potenzialmente una scarica di piacere elettrico alla maniera whitmaniana ma anche una discarica di tossicità con la sua interminabile serie di difetti di fabbrica, muchi, merda, piscio, ecc... Un corpo nato per il piacere ma destinato al deperimento, alla decomposizione.

C’è stato chi ha definito questo genere di opera “existential thanatography”, ovvero analisi esistenziale della morte. “Uno dei compiti della letteratura è l’apprendimento della morte” diceva il nostro scrittore.
“Mi ero proprio messo a scrivere dei testi violenti di dissezione di corpi; ero molto ossessionato all’epoca dall’arte anatomica, tutto ciò che girava intorno alla morte; l’obitorio, i cadaveri. Vivevo lì dentro. Una passione estetica, una passione da voyeur, da collezionista. Mi sembrava molto vivo. Dei testi violenti in cui le scene erotiche e gli atti di dissezione venivano raccontati come delle azioni amorose.”


Le fotografie che corredano l'articolo non sono affatto casuali.
Si tratta di scatti realizzati dallo stesso Hervé Guibert in vari musei anatomici, tra cui il Museo delle cere Grévin e la Specola di Firenze. Fotografie esposte al pubblico l'anno scorso in occasione della mostra "les Palais des monstres désirables" alla galleria parigina "Les Douches".

Scattate alla fine degli anni '70, esse hanno qualcosa di premonitore.
Commenta infatti Christine Guibert, organizzatrice della mostra e sua moglie fino alla morte: "In ogni caso, Hervé ha sempre pensato che sarebbe morto giovane e intorno a lui lo pensavamo tutti. La sensazione che tanta giovinezza trionfante, talentuosa, tanta bellezza, non potesse durare. Dava sempre l'impressione di negoziare con la morte un po' di tempo in più per fare un'opera. In quindici anni è riuscito a produrre un'opera considerevole, ma che resta opera giovanile poiché morto a 36 anni. Sapeva che il suo tempo era contato. Ma per tornare all'ossessione della morte, a questi corpi smembrati presenti nelle foto di quest'esposizione, non bisogna dimenticare che suo padre, che era stato ispettore veterinario, lavorava nei macelli e rientrava a casa con il camice sporco di sangue. Ciò disgustava Hervé ma lo affascinava anche".






C’è qualcosa di lucido e delirante allo stesso tempo in questo libro, qualcosa che richiama il grande Rimbaud della “Stagione all’inferno”. Nella sua frammentarietà, nei suoi pezzi di carne triturati e messi in vetrina, spettacolarizzati, Hervé Guibert racconta la vita, ce la restituisce nella sua parte più sotterranea attraverso una scrittura automatica e quasi meccanica, che scorre libera sotto la penna giocando per associazioni dirette, senza eufemismi, senza mezzi termini.  

Concludo l'articolo, sperando di avervi incuriosito e spinto a leggere il libro, con un'ultima citazione:
"Dopo questa serie di espressioni, il travestimento estremo, l'ultimo trucco, la morte. La imbavagliamo, la censuriamo, tentiamo di annegarla nel disinfettante, di soffocarla nel ghiaccio. Io voglio invece che alzi la sua voce potente e che canti, come una diva, attraverso il mio corpo. Sarà la mia unica partner e io il suo interprete. Non voglio ignorare questa fonte di spettacolarità immediata, viscerale.
Intendo darmi la morte sulle scene, davanti alle telecamere. Rappresentare uno spettacolo estremo, eccessivo del corpo mentre muore. Sceglierne i termini, i tempi, lo svolgimento, i dettagli. [...]
Nessun effetto speciale, nessuna presunzione. Un corpo vero, il mio vero sangue. Prendete e mangiate, bevete (la mia paranoia, la mia megalomania). Lo svuoterò con furore ed ebbrezza (il sangue caldo dell'eroina gonfierà le vene), lo dissanguerò, lo farò scoppiare come un sacco.
Il pubblico sarà in preda a convulsioni, spasmi, moti di repulsione, erezioni, vibrazioni, piaceri, vomiti di ogni sorta. Questo corpo comune a tutti si metterà a parlare. [...]
Chi mai vorrà riprodurre il mio suicidio, questo capolavoro di sicuro effetto? Chi vorrà filmare l'iniezione che provoca la morte più lenta, il veleno che penetra con un bacio, colando da una bocca all'altra (il mio nome è Fatalità)?"


Hervé Guibert e gli amori malati


È passato già molto tempo da quando ho letto per la prima volta un libro di Hervé Guibert e mi sono ripromesso spesso di parlarne qui sul blog. È uno scrittore affascinante e per questo non può mancare in questo wunderkammer virtuale dove tratto per lo più cose di nicchia, eppure curiose.
Piccolo accenno biografico per identificare l’autore: Hervé Guibert (1955 – 1991) è stato uno scrittore, critico e fotografo francese, omosessuale, morto all’età di 36 anni di AIDS, raccontata in uno dei suoi ultimi libri “All’amico che NON mi ha salvato la vita” (1990).




Il libro di cui parliamo si intitola “Fou de Vincent” (pazzo di Vincent), pubblicato nel 1989, edito éditions de Minuit.
La struttura del libro è particolare, molto post-moderna oserei direi, perché racconta la storia di un amore malato a ritroso, dalla fine all’inizio, e lo fa in maniera frammentaria, per piccoli segmenti senza nessi logici che li colleghino l’uno all’altro. La cosa a prima vista può sembrare una soluzione banale, che garantisce la narratività senza fare lo sforzo di un racconto continuo e logicamente coerente, ma vi assicuro, per i miei esperimenti letterari in prima persona, che è difficile e valido allo stesso modo di una narrazione classica. Ovviamente si tratta di scelte stilistiche, tutt’al più, e questo tipo di scrittura si presta a mio avviso a ricostruzioni di vicende già di per sé frammentate, dove c’è poco da parlare della storia in sé (magari perché comune o perché non è l’obiettivo principale dello scrittore) ma molto invece dell’interiorità del protagonista, del modo in cui egli ha vissuto, dei suoi pensieri spesso contraddittori.
Lo stile è molto efficace, le frasi sono spesso nominali, brevi, concise, a tratti ambigue che lasciano intendere altro e che spiazzano per l’alternarsi di termini volgari ed eleganti in uno stesso periodo. Le metafore sono al limite del quotidiano, oggettivizzate, una lampada, un'illustrazione pornografica, il sudore, una danza al ritmo di Kiss di Prince, etc ... 
 Come ho già accennato, dal punto di vista narrativo, la storia è molto semplice: il protagonista (presumibilmente coincidente con l’autore, quindi Hervé) è pazzo di Vincent. Ma il loro amore non è sano, bensì tossico dall’interno.
Vincent è più giovane, preferisce le donne ma si accontenta dei favori che il protagonista gli fa continuamente, sessuali e non, come un pupazzo nelle sue mani. Droga, sesso, alcool, sono questi i vizi che coronano la loro “relazione” e che fanno di Vincent un narcisista dedito alla ricerca solo e soltanto del proprio piacere personale. Una passione devastatrice e masochista che può diventare amore puro, odio o desiderio crudele a seconda dei momenti. “Che cos'era? Una passione? Un amore? Un'ossessione erotica? O una delle mie invenzioni?”, si chiede il narratore in una delle prime battute del libro.

Ma veniamo adesso agli estratti, per dare un’idea complessiva del modo di scrivere di Hervé Guibert e dei suoi intenti letterari.




Riletto ieri sera con emozione, aspettando Vincent, i "Frammenti d'un discorso amoroso": ho l'impressione di perseguire spesso le cose indicate da Barthes.


Vincent non è disponibile: deve andare a prendere la sua paga, e preferisce spenderla senza di me, con delle ragazze, la carogna.


Questa voglia furiosa (ottusa e gloriosa, lamentabile) di cazzi, e che deve essere più in generale, di sessi, di fesse (ho sentito Vincent sognarle ad alta voce l'altra notte mentre lo succhiavo), non è essa così astratta e primordiale come la voglia del libro, del quadro?


Vincent stava cagando, e io ho provato a succhiarlo: non era un vizio o la ricerca di un’eccitazione eccezionale, ma si trattava semplicemente di un movimento amoroso.


Lui mi dice che non crediamo alle stesse cose, perché lui non crede a nulla, né all'amore né alla letteratura, né tantomeno a Dio, appena appena alla bellezza dell'onda o della neve. Vuole farmi mangiare le mie illustrazioni pornografiche mentre lui, così dice, del libro che gli ho appena regalato, divorerà i bordi prima di attaccarsi alle parti inchiostrate, più amare.


L'essere che manca alla mia vita: colui che saprà (s)battermi, ho creduto a lungo che sarebbe uscito da T., che sarebbe stato un essere compreso in lui sdoppiatosi, ma non lo è mai stato per nulla; ho creduto a lungo che sarebbe stato Vincent, ma non lo è mai stato per nulla. Qualche volta dubito della necessità di un'annotazione, come questa qui, ma la scrittura fa presto cadere ciò che in lei si annunciava di tortuoso: l'indicibile.

Hervé Guibert e Vincent

Lui ha ballato nella mia bocca (*chiaro riferimento all’irrumazione).




Su “Kiss” di Prince ballava con il suo sesso nella mia bocca, in quel momento avrei potuto chiedergli qualsiasi cosa. 




Si, aspettarlo è delizioso, ubriacarmi aspettandolo è delizioso (io sono, come sempre nella scrittura, talvolta il sapiente e talvolta il ratto che lui sventra per poi esaminare).


Con Vincent abbiamo passato la maggior parte della notte a tentare di mettermelo dentro. Ciò mi ha fatto venire in mente le notti bianche giovanili in due, le prime in assoluto, dove la sensualità porta allo sfinimento, dove la ricerca vana del piacere diventa più esaltante del piacere atteso, e dove i corpi si mettono a sganciare uno strano odore, al di là della sessualità, un sudore d'assoluto.


Ho restituito la droga all'amico che me l'aveva procurata. (*qui il narratore lascia intendere i suoi tentativi di allontanarsi da questo amore malato, a partire dai vizi che lo costituiscono)


Era un contatto troppo crudele: per vedersi c'era bisogno che a lui andasse tutto male e che io invece stessi bene. (*indice di narcisismo!)


Avevo mal di testa, gli domandai di massaggiarmi il trapezio della mia schiena. I suoi palmi rinsecchiti, ruvidi, screpolati dalle micosi passavano sulle mie spalle, il mio cuore li rendeva dolci come la seta.


Mi sembra che l'ultima volta mi abbia detto: "non sarei mai capace di farti del male".


Vincent non è venuto: non è solo la privazione della sua carne, ma il crollo delle speranze, questo sogno di viaggio, la prospettiva principale atrocemente otturata di colpo. Stamattina mi sento come un disastrato.
 
Foto di Hervé Guibert, dal titolo "Vincent"
Guardo vicino a lui delle cassette porno con delle ragazze, gli carezzo il dorso da sotto la maglietta, la sua mano mi difende il suo sesso, dopo una bella mezz'ora la leva, struscio la verga da sopra il pantalone, senza riuscire a sbottonarlo, vedo ai suoi lati una delle immagini che mi eccita di più, un ragazzo che lecca un cazzo che entra ed esce dalla vagina, e lui si addormenta.


Stamattina, tra le lenzuola di T. e di C., mi sono masturbato inventando un sempiterno scenario: ho il diritto di leccare Vincent, l'abbiamo convenuto insieme, ma non di succhiarlo; ogni volta che ci provo, malgrado questo divieto, può battermi a sangue.


Per farmi masturbare da lui, Vincent mi obbliga a sognare ad alta voce delle maestre che non ho mai avuto. E ovviamente, fantastica su mia sorella, me la fa descrivere, mi domanda d'incontrarla, di portargliela.


Sogno: Vincent me lo succhia, finalmente, riesco a mettergli il cazzo nella bocca, noto che sotto la lingua ha delle piccole stelle bianche (*probabilmente qualche malattia o qualche droga), devono essere scappate dal globo stellare che avevo lasciato acceso per addormentarmi.


D'ora in avanti, sull'agenda, per superstizione, aggiungo un punto interrogativo al suo nome (*qui il narratore lascia intendere che Vincent non gli da certezze, che la sua assenza spesso è ingiustificata e che l’amore che prova per lui è a senso unico)



Spero che i frammenti vi siano piaciuti e che vi abbiano dato un'idea del libro, alla prossima!