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2 poesie contro l'AIDS - Michael Lassell e Adrienne Rich

1 Dicembre, Giornata Mondiale contro l'AIDS
È da un po’ di tempo che mi occupo della tematica dell’AIDS, in particolare in ambito artistico-letterario, e più nello specifico dell'America degli anni 80.
Dal punto di vista storico e sociale, credo che sia stato uno degli eventi che più hanno segnato la fine del ventesimo secolo, portando ancora una volta alla ribalta l’indifferenza, il silenzio e il disprezzo di cui sono capaci gli uomini.
L’America degli anni 80 è quella in cui Jesse Helms si schiera in senato contro gli artisti controversi per tagliare loro i fondi federali, che sia il blasfemo Andres Serrano con il Piss Christ o il “pedofilo” sadomasochista Mapplethorpe con opere che possono variare dall’innocente coppia di bambini Honey and Rosey al fisting di Helmut and Brooks. È lo stesso periodo in cui Reagan si chiude nel suo silenzio, lasciando a se stessi i colpiti dal virus, senza cercare soluzioni o aiutare la ricerca farmaceutica. Basti pensare che quando fu sviluppato il primo farmaco contro l’HIV, il celebre AZT, in mancanza di una legislazione adeguata, la FDA (Food and Drug Administration) fu costretta a cedere i diritti di vendita ad un’azienda privata: la multinazionale Borroughs Wellcome, che si mise a vendere il farmaco a prezzi così alti che quasi nessun malato poteva permetterselo. La nascita di un conseguente mercato nero, e i rischi che esso comportava, è un fatto quasi ovvio e al tempo stesso gravissimo.
Nel volgere di pochi anni a partire dallo scoppio dell’epidemia (1981), l’AIDS stravolse milioni di vite, in particolare nelle grandi metropoli come Los Angeles, San Francisco e New York (“But by 1985, AIDS changed New York”, dirà Keith Haring). L’ignoranza e la mancata comprensione della natura del virus portarono a vedere gli omosessuali come le vittime principali e al tempo stesso il caprio espiatorio cui addossare tutta la colpa. Le campagne omofobiche e le discriminazioni a oltranza che seguirono denotano ancora oggi uno dei tratti salienti nella storia dell’epidemia e la sensibilizzazione verso questi argomenti è la base su cui debbono costruirsi le campagne di prevenzione.  
Oggi, 1 Dicembre, è la giornata mondiale contro l’AIDS.  Per celebrarla ho deciso di proporre due poesie: “How to watch your brother die” di Michael Lassell e “In Memoriam D.K.” di Adrienne Rich.
Entrambe sono contenute nell’antologia “Poets for life: seventy-six poets respond to AIDS” curata da Michael Klein nel 1989, in piena epoca attivista. Il libro, forte degli illustri poeti americani che avevano contribuito alla sua realizzazione, vinse anche il premio Lambda Book Award, per essere riuscito a cogliere pienamente il segno umano della malattia. Leggerlo ancora oggi mette i brividi.  “Communities make difference” recita lo slogan della giornata mondiale contro l’AIDS, qual miglior modo allora di celebrare le comunità impegnate nella lotta se non con un libro nato in seno ad esse?

He kills me, Donald Moffett, 1987. Metropolitan Museum of New York.
"He kills me...", Reagan mi uccide: con il suo silenzio...

Come guardare tuo fratello morire, di Michael Lassell.

Quando la chiamata arriva, mantieni la calma.
Di' a tua moglie, "Mio fratello sta morendo.
Devo prendere un aereo per la California".
Prova a non rimanere scioccato che lui somigli già ad un cadavere.
Di' al giovane uomo che siede al suo fianco,
"Sono suo fratello".
Prova a non rimanere scioccato quando il giovane uomo dice,
"Sono il suo fidanzato. Grazie per essere venuto."

Ascolta il dottore con una faccia impassibile.
Firma i moduli necessari.
Di' al dottore che ti prenderai cura di tutto.
Immagina perché i dottori siano così distaccati.

Guarda gli occhi del suo amato fissare
gli occhi di tuo fratello come si fissa il vuoto.
Immagina cosa ci vedano lì dentro.
Ricorda del tempo in cui era geloso
e ti aprì le sopracciglia con uno spillo.
Perdonalo ad alta voce
anche se non ti può sentire.
Realizza che la cicatrice
sarà l'unica cosa che ti rimarrà di lui.

Durante un caffè nel bar dell'ospedale
Di’ al suo amato, "Sei davvero un bell'uomo".
Ascoltalo rispondere,
"Non avrei mai pensato di essere
abbastanza bello da meritare tuo fratello".

Guarda le lacrime scendere dai suoi occhi.
Di', "mi dispiace. Non so cosa significhi
amare un altro uomo".
Ascoltalo rispondere,
"è come con una donna, solo l'impegno
è maggiore perché le avversità saranno molto più grandi."
Non dire nulla, ma prendigli la mano come un fratello.

Guida fino in Messico per delle medicine non testate
che potrebbero aiutarlo a vivere più a lungo.
Spiega cosa siano alla guardia di frontiera.
Senti la rabbia assallirti quando ti informa,
"Non puoi portare queste cose dall'altra parte".
Comincia a diventare insistente.
Senti la mano dell'amato sulle tue braccia
che ti stringono. Guarda negli occhi della guardia
quanto un uomo possa odiare un altro uomo.
Chiedi all'amato, "Come puoi sopportare tutto questo?"
Ascoltalo rispondere, "Ci fai l'abitudine."
Pensa ad uno dei tuoi figli che si abitua
all'odio di un altro uomo.

Chiama tua moglie al telefono. Dille,
"Non gli rimane molto tempo.
Sarò a casa presto". Prima di riattaccare dici,
"Come può qualsiasi impegno essere più forte
di quello tra marito e moglie?". Ascoltala rispondere,
"Per favore. Non voglio sapere tutti i dettagli".

Quando lui cade in un coma irreversibile,
stringi il suo amato fra le tue braccia mentre singhiozza,
poiché non sarà mai più forte. Immagina per quanto tempo
riuscirai tu ad essere forte.
Senti come ci si sente a stringere un uomo fra le tue braccia
le cui braccia sono abituate a stringere altri uomini.
Offri a Dio qualsiasi cosa per ridarti indietro tuo fratello.
Sappi già che non c'è niente che Dio possa volere.
Maledici Dio, ma non abbandonarLo.

Fissa l'impresario delle pompe funebri
quando ti dice che non imbalsamerà la salma
per paura del contagio. Lascia che veda nei tuoi occhi
quanto un uomo possa odiare un altro uomo.


Rimani dietro una bara coperta di fiori,
fiori bianchi. Di’,
"Grazie per essere venuto," a ciascuno dei settecento uomini
che fanno la fila in lacrime, alcuni tenendosi per mano.
Sappi che la vita di tuo fratello non è quella che immaginavi.
Origlia due persone dire, "immagino chi sia il prossimo" e
"Non mi interessa più niente
purché non si tratti di te".

Sistema le tue cose per un volo presto a casa.
Il suo amato ti guiderà all'aeroporto.
Quando il tuo volo viene annunciato di',
imbarazzato, "se posso fare qualunque cosa per te,
per favore, fammi sapere". Non sobbalzare quando lui risponde,
"Perdona te stesso per non averlo voluto conoscere
dopo che lui te l'ha detto. Lui lo ha fatto".
Fermati e assesta il colpo. Di',
"Mi ha perdonato o si è conosciuto?"
"Entrambi", l'amato dirà, non sapendo che altro fare.
Stringilo come un fratello mentre ti bacia sulla guancia.
Pensa che non sei più stato baciato da nessun uomo
dopo che tuo padre è morto. Pensa,
"non è questo il momento per essere forti".

Vola in prima classe e bevi Scotch. Tocca
il tuo sopracciglio mozzato con un dito
e pensa a tuo fratello da vivo. Sorridi
in suo ricordo e pensa
come i tuoi bambini si sentiranno nelle tue braccia
calorose e amichevoli e senza sfide."

 
Silence = Death, David Wojnarowicz e Andreas Sterzing, 1989. PPOW Gallery, New York.
"Silence = Death" è lo slogan della coalizione ACT UP che lotta per sensibilizzare le persone sul tema. David Wojnarowicz, arrabbiato per l'indifferenza del governo americano, decide di cucirsi la bocca.

In Memoriam D.K., Elegia per David Kalstone, di Adrienne Rich
“Un uomo che cammina per strada
si sente malato, si è sentito malato
tutta la settimana, un po'...
ancora i fiori riempiono
i vasi all'angolo: anemoni non ancora sbocciati:
lui sa che si apriranno
rossi, viola, rosa, gialli
fino in fondo ai loro nuclei di velluto.
I fiori appesi allo steccato, delle fucsia,
che si aprono con tutti i loro petali, brulicanti di vita.
Lui che è stato felice più spesso che triste,
inconscientemente felice,
bene più spesso che male,
uno dei fortunati sta pensando alla morte
e alla sua musica, alla poesia,
alle sue traduzioni nella vita...
E a che servirà per te andare a casa e mettere il Requiem di Mozart?
Leggere Keats? Come ti curerà la cultura?
Povera, infelice, malata cultura, cosa può essa cantare o dire di qui a sei settimane, per te?

Dammi la tua mano viva...
Se potessi prendere l'ora che la morte ha messo dentro di te,
non dichiarata, non nominata
- anche se, caro, se potessi prendere quell'ora
con le mie pinze, strapparla via come un mostro
estrarla con violenza dalla tua carne,
dissolvere la sua forma nella calce viva
e farti sentire di nuovo meglio
no, non di nuovo
ma ancora..."


Ignorance = Fear, Keith Haring, 1989.
Poster per la coalizione ACT UP, per combattere il silenzio e la paura che seguono l'epidemia di AIDS.

Come Marino Moretti vedeva le rose


La poesia, e così la letteratura in generale, ci aiuta ad ampliare i nostri orizzonti, ad avere nuovi occhi e acquisire nuove prospettive. Ogni poeta a suo modo ci trasmette la propria “visione del mondo” (o come dicono i tedeschi: weltanschauung). Ci aveva visto bene Proust quando per descrivere le rose del pittore Elstir nella sua Recherche, aveva detto che esse rappresentavano “una varietà nuova di cui quel pittore, come un ingegnoso orticultore, aveva arricchito la famiglia delle rose”.
E proprio di rose vorrei parlare oggi, anche se con una sottile ironia.


Elogio di una rosa

Rosa della grammatica latina
Che forse odori ancor nel mio pensiero,
tu sei come l’imagine del vero
alterata dal vetro che s’incrina!

Fosti la prima tu che al mio furtivo
Tempo insegnasti la tua lingua morta,
e mi fioristi gracile e contorta
per un dativo od un accusativo.

Eri un principio tu: ma che mi valse
Lungo il cammino il tuo gentil richiamo?
Or ti rivedo e ti ricordo e t’amo
Perché hai la grazia delle cose false!

Anche un fior falso odora, anche il bel fiore
Di seta o cera o di carta velina,
rosa della grammatica latina:
odora d’ombra, di fede, d’amore.

Tu sei più vecchia e sei più falsa: e odori
D’adolescenza e sembri viva e fresca,
tanto che dotta e quasi pedantesca
sai perché t’amo e non mi sprezzi e fori!

Passaron gli anni; un tempo di mia vita.
Avvizzirono i fior del mio giardino.
Ma tu, sempre fedele al tuo latino,
tu sola, o rosa, non sei più sfiorita!

Nel libro la tua pagina è strappata,
strappato è il libro e chiusa è la mia scuola;
ma tu rivivi nella mia parola
come nel giorno in cui t’ho declinata!

E vedo e ascolto: il precettore in posa,
la vecchia Europa appesa alla parete
e la mia stessa voce che ripete:
Rosa la rosa, rosae della rosa …

Questa poesia è tratta dalla sezione “Poesie scolastiche” della raccolta di poesie di Moretti fino al 1914. Moretti appartiene alla corrente del crepuscolarismo, e lo si nota dai toni dimessi e malinconici che emergono anche semplicemente da un ricordo di scuola. Il crepuscolarismo è stato l’ultimo rantolo dei poeti all’alba di un secolo che "avrebbe" fatto tramontare l'idea stessa di poesia.
Fu persino Moretti ad ammettere la presupposta “inutilità” della poesia in un mondo ormai utilitarista e materialista, con la sua celebre sentenza “io non ho nulla da dire”.



Così come nell’articolo di Perec avevo voluto sottolineare il fascino perduto delle cose dimenticate, snocciolato attraverso i ridondanti “je me souviens …”, allo stesso modo oggi mi piace presentare questa poesia all’apparenza banale evidenziandone il suo aspetto malinconico. Anch’essa è a modo suo un “je me souviens”, una cosa che tutti hanno vissuto e che appartiene al nostro bagaglio culturale, condivisa unanimemente nell’immaginario collettivo.

La rosa elogiata da Moretti, l’avrete capito, è la classica prima declinazione che viene insegnata a scuola, ai tempi di Moretti così come ai nostri. Rosa, rosae, rosae, rosam, rosa, rosa, etc.. etc…
È al ricordo di questa declinazione che il poeta associa l’immagine della rosa, descrivendola come un fiore qualsiasi, a partire dal suo odore che sa “d’ombra, di fede, d’amore” o ancora “d’adolescenza”, “viva e fresca, / tanto che dotta e quasi pedantesca”. Ad evidenziare la malinconia ci sono delle perifrasi interessanti, che richiamano un po’ l’immagine della scuola vecchio stampo, con prof bacchettoni e metodi mnemonici, “la vecchia Europa appesa alla parete” (la tipica cartina geografica appesa in classe), “la mia stessa voce che ripete”, “il precettore in posa”…

E nonostante non manchi di domandarsi circa la sua utilità (ma che mi valse / Lungo il cammino il tuo gentil richiamo?), ad una distanza che sembra una vita (Passaron gli anni; un tempo di mia vita), il poeta non può che meravigliarsi di ricordare ancora una cosa così banale, falsa per certi versi, ma comunque vivida nella memoria.
Una rosa che non sfiorisce mai!

Marceline Desbordes-Valmore: tra ragione e sentimento.



Non lasciatevi spaventare dal nome lunghissimo e neanche dalla mole di versi che seguirà, perché vi assicuro che la poetessa di cui sto per parlarvi è veramente emozionante.


Se dovessimo classificare Marceline Desbordes-Valmore in una linea temporale è la tipica poetessa romantica, in maniera assolutamente lampante.
Figlia di un pittore costretto a fare il cabarettista per ripiego, la giovane Marceline da sempre ha recitato nei più grandi teatri, facendo parte di opere eccelse come “Il barbiere di Siviglia” di Beaumarchais.
Nel 1816 un evento tragico sconvolge la sua vita: le muore un figlio all’età di cinque anni nato da una relazione con il poeta Henri de Latouche (il grande amore della sua vita).
Nel 1817 ha un’altra relazione con un attore da cui nasceranno altri tre bambini, ma solo uno di loro sopravvivrà. Sarà stimata da tanti per la sua grande forza in situazioni difficili, e soprattutto per le sue capacità poetiche nonostante fosse autodidatta.

Paul Verlaine la definirà la poetessa più grande del suo secolo, poiché è stata capace di svecchiare i canoni neoclassici introducendo nelle lettere francesi una versificazione nuova (si pensi al verso impari, che diverrà una costante in Verlaine).
La sua opera è sensibile, delicata. Ella sa cogliere con meravigliosa semplicità le "intermittenze del cuore" (per dirla alla maniera di Proust).
La sua poesia è lirica, musicale, intima, satura di significato e di dolore.
Difficile non lasciarsi sedurre.

La poesia più conosciuta è forse “Les roses de Saâdi”, pubblicata in una raccolta postuma. La si trova in tutte le antologie nei licei francesi. 
LE ROSE DI SAÂDI (versione originale qui)
Ti ho voluto portare delle rose stamattina;
ma ne ho prese così tante nelle mie cinture strette
che i nodi serrati non le hanno potute contenere.

I nodi sono balzati via. Le rose volate
Nel vento, sparse tutte verso il mare.
Esse hanno seguito l’acqua per poi non tornare più;

L’onda ne è parsa rossa e come infiammata.
Stasera, il mio vestito ne è ancora intriso.
Respira su di me il ricordo profumato.
Non si sa bene a chi Marceline abbia voluto dedicarla, si pensa probabilmente ad un giovane arabo di nome Shoja’od Din Shafâ.
La delusione di fallire nel fare una cosa con tanto amore è impressa nella poesia con espressioni efficacissime. Le rose divengono nella poesia metafora di un'illuminazione mistica, del risveglio da un lungo torpore, dell'essenza di sé ritrovata nonostante l'incapacità dell'intelletto di trattenere un'ispirazione così fugace.
Ogni poeta in fondo cerca di trattenere a sé le proprie rose e all'improvviso se le vede volare via; ed è forse proprio questa privazione, questa mancanza, che fa scattare l'io lirico e lo spinge a scrivere.
Ma cosa indica invece il nome “Saâdi” presente nel titolo?
Se ci pensiamo viene subito in mente un luogo, il luogo dove la poetessa possa aver trovato le rose... ma badate bene ... si tratta piuttosto di un poeta persiano del XIII secolo!
Mushrif-ud-Din Abdullah, conosciuto come Saâdi, ha scritto una raccolta di racconti intitolata proprio "Il giardino delle rose" da cui Marceline ha tratto ispirazione.



Veniamo adesso ad un’altra poesia, stavolta tratta dalla raccolta “Elegie”.
L’INQUIETUDINE (versione originale qui)
Cos’è che mi turba e che io aspetto?
Sono triste in città e mi annoio al villaggio;
i piaceri della mia età
non possono salvarmi dalla lunghezza del tempo.

Tempo fa l’amicizia, il fascino degli studi,
riempivano senza sforzi i miei piacevoli ozi,
oh! Qual è dunque l’oggetto dei miei vaghi desideri?
Lo ignoro eppure lo cerco con inquietudine.
Se per me la gioia non è la gaiezza,
io non la trovo più nella mia malinconia;
ma, se temo i pianti tanto quanto la follia,
dove trovare la felicità?
E tu che mi rendi felice,
che risolvi nel fuggirmi senza scampo?
Rispondi, Ragione mia; incerta e bugiarda,
mi abbandonerai anche tu al potere dell’Amore?....
Ahimé! Ecco il nome che temevo di ascoltare.
Ma lo spavento che ispira è così dolce!
Ragione, non ci sono più segreti da insegnarmi,
e questo nome, lo sento, mi ha già detto più cose di voi.
Bellissima e toccante, come non commuoversi di fronte all’indecisione e all’inquietudine di un cuore che non vuole abbandonarsi al “potere dell’Amore”?
Neanche la fredda ragione (“incerta e bugiarda”) riesce a superare quest’attrazione irreversibile.
Con la sentenza “Ragione, non ci sono più segreti da insegnarmi”, la poetessa dichiara che ci sono momenti in cui la sola cinica razionalità non riesce a spiegare tutto e perciò c’è bisogno di affidarsi all’istinto, alle emozioni. Ed in questo, pienamente in linea con le tematiche del Romanticismo, è grandiosa.


Ultima ma non meno importante:
L’INSONNIA (versione originale qui)
Non voglio dormire, o mia cara insonnia!
Che sonno avrebbe la tua dolcezza?
L’ebbrezza che le si attribuisce è spesso un errore,
e la tua è reale, ineffabile, infinita.
Quale calma aggiungerebbe a quella che io già sento?
Quale riposo più profondo guarirebbe la mia ferita?
Non oso dormire; no, la mia gioia è troppo pura;
un sogno distrarrebbe i miei sensi.

Mi ricorderebbe forse questa tempesta
Di cui mi sai incantare fino al ricordo,
mi renderebbe lo spavento di un avvenire dubbioso,
e devo alla mia veglia una così dolce immagine!
Un beneficio d’Amore ha cambiato il mio destino:

Oh! Mi ha rivelato delle notizie toccanti!
Il suo messaggio è colmo; non ascolto più le sue ali:
ascolto ancora: domani, domani!

Culla la mia anima nella sua assenza
Dolce insonnia e che l’Amore
Mi trovi domani, al suo ritorno,
ridente come la speranza.
Per schiarire le scritte che ha lasciato sul mio cuore,
su questo cuore che trasalisce ancora,
la mia luce ha risvegliato il suo chiarore propizio
e si spegnerà solo all’aurora.

Lascia i miei occhi rapiti brillare di verità;
scosta il sonno, difendimi da ogni sogno:
egli m’ama, m’ama ancora! O Dio! Per quale bugia
vorrei sottrarmi alla realtà?
Quante volte ci capita di non riuscire a dormire perché troppo presi dai pensieri? Quante volte ci piacerebbe cullarci di dolci illusioni e immaginare ciò che avremmo potuto avere se solo tutto fosse andato diversamente?
Eh già … quante volte!

Renée Vivien: ceneri e polveri di una poetessa maledetta.



“Ma cosa ti importa dell’elogio eloquente dei poeti, 
tu che hai la fronte larga e stanca dell’eternità?” (Invocazione tratta da “Cendres et poussières”)
Oggi parleremo di una poetessa fin du siècle, parnassiana, simbolista, decadente. Una vera e propria poétesse maudite di origini britanniche, ladies and gentlemen, mesdames et messieurs vi presento: Renée Vivien!

Nata Pauline Mary Tarn (Renée Vivien è lo pseudonimo da lei adottato) a Londra nel 1877, fin da giovanissima ha emigrato in Francia. Attratta dall’orbita bohémien di Parigi, si è fatta conoscere quasi immediatamente negli ambienti intellettuali dell’epoca grazie alla sua ostentata débauche e alla sua omosessualità dichiarata.
Situata a metà fra due culture e due lingue, la sua figura incarna in maniera completa ed esemplare la doppia appartenenza a due paesi ravvicinati dalla cosiddetta Entente cordiale (intesa amichevole).

Ellenista e traduttrice di Saffo (viene spesso chiamata "Saffo 1900"), Renée Vivien ha elaborato una mitologia femminile dominata da figure gloriose ed emancipate, contrarie al matrimonio, alla maternità, alla dipendenza in generale.

Audace nei temi, classica nella forma, meriterebbe una luce maggiore rispetto a quella che durante la Belle époque le è stata data. E oggi siamo qui proprio per questo. 


Tutte le poesie che seguiranno sono tratte dalla raccolta poetica "Cendres et Poussières" (Ceneri e polveri) pubblicata nel 1902 (e poi in seconda edizione nel 1909).



VERS D’AMOUR
Tu gardes dans tes yeux la volupté des nuits,
Ô Joie inespérée au fond des solitudes !
Ton baiser est pareil à la saveur des fruits
Et ta voix fait songer aux merveilleux préludes
Murmurés par la mer à la beauté des nuits.

Tu portes sur ton front la langueur et l’ivresse,
Les serments éternels et les aveux d’amour,
Tu sembles évoquer la craintive caresse
Dont l’ardeur se dérobe à la clarté du jour
Et qui te laisse au front la langueur et l’ivresse.
VERSI D'AMORE
Tu conservi negli occhi la voluttà delle notti,
o gioia inaspettata al termine delle solitudini!
Il tuo bacio è come il sapore dei frutti
e la tua voce fa sognare meravigliosi preludi
mormorati dal mare nella bellezza delle notti.

Tu porti sulla fronte il languore e l'ebbrezza,
i giuramenti eterni e le confessioni d'amore,
sembri evocare la timida carezza
il cui ardore trafuga la luminosità del giorno
e ti lascia sulla fronte l'ebbrezza e il languore.
Con pochissimi ma toccanti versi, Renée Vivien riesce a descrivere la strabiliante potenza dell'amore, che coglie inaspettatamente gli amanti e gli fa "sognare meravigliosi preludi". L'amore lascia stampato sulla fronte un senso di languore e di ebbrezza che difficilmente le persone sensibili come Renée Vivien possono dimenticare.





CHANSON
Il se fait tard… tu vas dormir,
Les paupières déjà mi-closes.
Au fond de l’ombre, on sent frémir
L’agonie ardente des roses.

Sur ton front lourd d’accablement
Tes cheveux font de légers voiles.
Dans le ciel, brûle infiniment
La flamme blanche des étoiles.


Et la Déesse du Sommeil,
De ses mains lentes, fait éclore
Des fleurs qui craignent le soleil
Et qui meurent avant l’aurore.


CANZONE
Si è fatto tardi ... vai a dormire,
le pupille già socchiuse.
Dal fondo delle ombre si sente fremere
l'agonia ardente delle rose.

Sulla tua fronte appesantita dallo sconforto
i tuoi capelli fanno dei veli leggeri.
Nel cielo brucia infinitamente
la fiamma bianca delle stelle.

E la Dea del Sonno
dalle sue mani lente fa sbocciare
dei fiori che temono il sole
e che muoiono prima dell'aurora.
Qui compare la misteriosa figura della Dea del Sonno e che, come vedremo in altre poesie, ritorna spesso. Il sonno è dolce e fa placare ogni sconforto.



LASSITUDE
Je dormirai ce soir d’un large et doux sommeil…
Fermez bien les rideaux, tenez les portes closes.
Surtout, ne laissez pas pénétrer le soleil.
Mettez autour de moi le soir trempé de roses.


Posez, sur la blancheur d’un oreiller profond,
De ces fleurs sans éclat et dont l’odeur obsède.
Posez-les dans mes mains, sur mon cœur, sur mon front,
Les fleurs pâles au souffle amoureusement tiède.

Et je dirai très bas : « Rien de moi n’est resté…
Mon âme enfin repose… ayez donc pitié d’elle…
Qu’elle puisse dormir toute une éternité. »

Je dormirai, ce soir, de la mort la plus belle.

Que s’effeuillent les fleurs, tubéreuses et lys,
Et que meure et s’éteigne, au seuil des portes closes,
L’écho triste et lointain des sanglots de jadis.

Ah ! le soir infini ! le soir trempé de roses !
*Tuberosa
STANCHEZZA

Dormirò stasera un lungo e dolce sonno ...
Chiudete bene le tende, tenete le porte serrate.
Ma più di tutto, non lasciate che penetri il sole.
Mettetemi intorno la sera bagnata di rose.

Disponete, sul biancore d'un cuscino profondo,
questi fiori senza splendore il cui odore mi ossessiona.
Mettete nelle mie mani, sul mio cuore, sulla mia fronte,
questi fiori pallidi dal soffio amorevolmente tiepido.
E io dirò a bassa voce: "Niente è rimasto di me ...
la mia anima finalmente riposa ... abbiate pietà di lei ...
Giglio
che possa dormire per l'eternità".
Dormirò, stanotte, la morte più bella.

Che cadano i petali dalla tuberosa* e dal giglio,
e che muoia e si spenga, alla soglia delle porte serrate,
l'eco triste e lontano dei singhiozzi d'una volta.
Ah! La sera infinita! la sera bagnata di rose!

*(Tuberosa, detta anche "la peccaminosa". Fiore dal fascino probito)
La sera bagnata di rose diventa in questa oscura poesia motivo di morte. Renée Vivien è ossessionata letteralmente dalla morte, quasi come fosse una maledizione alla quale è condannata in partenza. E i fiori in questo immaginario di stanchezza/sonno/morte hanno una valenza simbolica.
Da sempre la poetessa sognava di morire con un mazzo di fiori fra le mani, e racconta un aneddoto che abbia tentato il suicidio con del laurano proprio stringendo fra le mani un mazzo di viole.




RESSEMBLANCE INQUIETANTE
J’ai vu dans ton front bas le charme du serpent.
Tes lèvres ont humé le sang d’une blessure,
Et quelque chose en moi s’écœure et se repent,
Lorsque ton froid baiser me darde sa morsure.

Un regard de vipère est dans tes yeux mi-clos,
Et ta tête furtive et plate se redresse
Plus menaçante après la langueur du repos.
J’ai senti le venin au fond de ta caresse.

Pendant les jours d’hiver énervés et frileux,
Tu rêves aux tiédeurs des profondes vallées,
Et l’on songe, en voyant ton long corps onduleux,
À des écailles d’or lentement déroulées.

Je te hais, mais ta souple et splendide beauté
Me prend et me fascine et m’attire sans cesse,
Et mon cœur, plein d’effroi devant ta cruauté.
Te méprise et t’adore, ô Reptile et Déesse !
SOMIGLIANZA INQUIETANTE
Ho visto sulla tua fronte bassa il fascino del serpente.
Le tue labbra hanno inumidito il sangue di una ferita,
e qualcosa dentro mi disgusta e si pente
mentre il tuo freddo bacio mi punge con un morso.


Uno sguardo da vipera è nei tuoi occhi socchiusi,
e la tua testa furtiva e piatta si raddrizza
più minacciosa dopo il languore del riposo.
Ho sentito il veleno in fondo alla tua carezza.


Duranti i giorni d'inverno nervosi e ghiacciati,
tu sogni i tepori di profonde vallate,
e ci si immagina, al vedere il tuo lungo corpo ondulato,
delle scaglie d'oro lentamente spiegate.


Ti odio, ma la tua plastica e luminosa bellezza
mi prende e m'affascina e m'attira senza fine,
e il mio cuore, pieno di spavento davanti alla tua crudeltà,
ti disprezza e t'adora, o Rettile e Dea!
L'amata, esplicitamente femminile nella poesia, è qui descritta come una vipera maligna. Il rapporto fra la poetessa e la "rettile e Dea" è ambiguo, di amore e allo stesso tempo di odio. Richiama molto nello stile e nei temi il sommo maestro Baudelaire.




DÉSIR
Elle est lasse, après tant d’épuisantes luxures.
Le parfum émané de ses membres meurtris
Est plein du souvenir des lentes meurtrissures.
La débauche a creusé ses yeux bleus assombris.

Et la fièvre des nuits avidement rêvées
Rend plus pâles encor ses pâles cheveux blonds.
Ses attitudes ont des langueurs énervées.
Mais voici que l’Amante aux cruels ongles longs

Soudain la ressaisit, et l’étreint, et l’embrasse
D’une ardeur si sauvage et si douce à la fois,
Que le beau corps brisé s’offre, en demandant grâce,
Dans un râle d’amour, de désirs et d’effrois.

Et le sanglot qui monte avec monotonie,
S’exaspérant enfin de trop de volupté,
Hurle comme l’on hurle aux moments d’agonie,
Sans espoir d’attendrir l’immense surdité.

Puis, l’atroce silence, et l’horreur qu’il apporte,
Le brusque étouffement de la plaintive voix,
Et sur le cou, pareil à quelque tige morte,
Blêmit la marque verte et sinistre des doigts.
DESIDERIO
Lei è stanca, dopo tanti lussi sfibranti.
Il profumo emanato dalle sue membra ferite
è pieno di ricordi di lente ammaccature.
La licenziosità ha scavato i suoi scuri occhi blu.

E la febbre delle notti avidamente sognate
rende ancora più pallidi i suoi spenti capelli biondi.
Le sue inclinazioni hanno languori nervosi.
Ma è qui che l'Amante dalle crudeli unghie lunghe

All'improvviso l'ha acciuffata e l'ha stretta e l'ha baciata
con un ardore così selvaggio e dolce al contempo,
e il bel corpo spezzato s'è offerto, chiedendo grazia,
in un raglio d'amore, desiderio e spavento.

E il singhiozzo che sale con monotonia,
esasperandosi infine della troppa voluttà,
urla come si urla nei momenti di agonia,
senza speranza di poter commuovere l'immensa sordità.

Poi, l'atroce silenzio e l'orrore che porta con sé,
la voce lamentosa bruscamente soffocata,
e sul collo, simile allo stelo morto,
livido il marchio verde e sinistro delle dita.
La malignità dell'Amante si fa nella poesia "Désir" ancora più forte. Con "crudeli unghie lunghe" afferra un "bel corpo spezzato" che non può far altro che chiedere grazia in un "raglio d'amore, desiderio e spavento". Il tema del male rispecchia la sensibilità tipicamente decadente in voga all'epoca.




TON ÂME
Ton Âme, c’est la chose exquise et parfumée
Qui s’ouvre avec lenteur, en silence, en tremblant,
Et qui, pleine d’amour, s’étonne d’être aimée.
Ton Âme, c’est le lys, le lys divin et blanc.

Comme un souffle des bois où sont les violettes,
Ton souffle vient baiser le front du désespoir,
Et l’on apprend de toi les bravoures muettes.
Ton Âme est le poème, et le chant, et le soir.

Ton Âme est la fraîcheur, ton Âme est la rosée.
Sa très douce pitié console du destin
Et ranime d’un mot l’espérance brisée.
Ton Âme est le sourire au regard du matin.
LA TUA ANIMA
La tua anima è la cosa prelibata e profumata
che s'apre con lentezza, tremando in silenzio,
e che, piena d'amore, si meraviglia d'essere amata.
La tua anima è il giglio, il giglio divino e bianco.

Come un soffio dei boschi dove giacciono le viole,
il tuo soffio viene a baciare la fronte alla disperazione,
e da te si impara il muto coraggio.
La tua anima è la poesia e il canto e la sera.

La tua anima è la frescura, la tua anima è la rosa.
La sua dolcissima pietà consola dal destino
e rianima con una parola la speranza infranta.
La tua anima è il sorriso allo sguardo del mattino.
Mi piace concludere con questi versi delicatissimi che ci invitano a guardare direttamente nei cuori delle persone per ritrovare silenziosamente la meraviglia di essere amati.

À bientôt!