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Hervé Guibert: La morte propaganda (1977)


“Il mio corpo, per effetto del piacere o del dolore, si ritrova sempre in uno stato di teatralità, di parossismo, che mi piacerebbe riprodurre in qualche modo: attraverso la fotografia, un film, una colonna sonora.
Non appena interviene una deformazione, non appena il corpo si isterizza, vorrei mettere in opera un dispositivo di trascrizione: eruttazioni, deiezioni, sperma prodotto dalle masturbazioni, diarree, sputi, catarri della bocca e del culo. Ingegnarmi a fotografarli, a registrarli. Lasciar parlare questo corpo scosso dalle convulsioni, maciullato, urlante. [...]
Il mio corpo è un laboratorio che apro al pubblico come uno spettacolo, unico attore, unico strumento dei miei deliri organici”



Questo è il secondo post che ho deciso di dedicare all’opera di Hervé Guibert (per il primo, clicca qui), un autore che purtroppo in Italia è poco conosciuto e tradotto, ma che in Francia è regolarmente edito e distribuito.
Parleremo oggi della sua opera prima: “La mort propagande”, pubblicata a soli ventidue anni nel 1977 presso l’editore Régine Deforges e riedita presso lo stesso nel 1991 con alcune piccole modifiche.
In Italia il libro è uno dei pochi tradotti e lo si può trovare in una piccola libreria a Napoli, la “Libreria Dante & Descartes” a Piazza del Gesù Nuovo.



In quest’opera Hervé mette in scena la propria morte, un po’ come aveva fatto Caravaggio nel suo Davide e Golia.
E non è mica facile immaginarsi morti, visualizzare il proprio cadavere, la propria testa mozzata!
Caravaggio ci era riuscito in maniera magnifica, rappresentando l’atroce urlo della morte con un realismo al tempo ancora inedito.

Caravaggio, Davide con la testa di Golia (1610 ca), olio su tela, Galleria Borghese (Roma).
Si dice che Caravaggio, probabilmente condannato a morte, inviò quest'opera al cardinale Borghese per esortarlo a intercedere per lui concedendogli la grazia per un'omicidio commesso. L'autoritratto del pittore nella testa di Golia sarebbe stato quindi un modo eloquente per spingere il cardinale alla commozione e alla pietà.

Anche Hervé a modo suo, lui, uno degli inventori della cosiddetta autofiction, lo fa con cinica meticolosità.

“Nella notte fra il 6 e il 7 marzo 19…, H.G. venne trovato morto al centro della sua camera in disordine, immerso nel suo stesso sangue. La morte l’aveva zittito per sempre.
Il suo petto era stato compresso fino a fargli uscire il cuore dalla gola, fino a farglielo rigettare. Era stato tagliato a strisce e strati di pelle, successivamente messi in esposizione, inchiodati sui muri della camera. Quindi, le sue ossa erano state fatte bollire in una grande marmitta di latta così da ottenere diverse gelatine in seguito colorate e inventariate.”
Hervé descrive tutto della sua morte: il suo corpo, parabola di una vita che si apre e si chiude intorno ad esso, è espresso nelle sue mutevoli sfaccettature.

Ogni secrezione, ogni singola sostanza prodotta, Hervé la mette sul tavolo, la studia, l’analizza con termini quasi scientifici, stendendola nuda e cruda sul banco come in una vivisezione alla dottor Tulp.

Magnificazione di tutto quello che un corpo è e può fare nella sua costituzione e nei suoi limiti.
Perché, alla maniera platonica, tutto passa attraverso di esso, tutte le emozioni più forti che sono fonte di vita. Tant’è che in una delle sue opere postume, nel diario d’ospedale “Cytomégalovirus”, il nostro Hervé, ormai annullato dalla sieropositività, dirà: “quando ritrovo un’emozione erotica, è un po’ di vita che ritrovo in questo bagno di morte”.
La sessualità, le pulsioni, i desideri erotici, le fantasie più sfrenate, sono tutte queste cose che si celano dietro il mistero del corpo che cerca incessantemente il contatto dell'altro, questione di chimica, di atomi.
Un corpo che allo stesso tempo è potenzialmente una scarica di piacere elettrico alla maniera whitmaniana ma anche una discarica di tossicità con la sua interminabile serie di difetti di fabbrica, muchi, merda, piscio, ecc... Un corpo nato per il piacere ma destinato al deperimento, alla decomposizione.

C’è stato chi ha definito questo genere di opera “existential thanatography”, ovvero analisi esistenziale della morte. “Uno dei compiti della letteratura è l’apprendimento della morte” diceva il nostro scrittore.
“Mi ero proprio messo a scrivere dei testi violenti di dissezione di corpi; ero molto ossessionato all’epoca dall’arte anatomica, tutto ciò che girava intorno alla morte; l’obitorio, i cadaveri. Vivevo lì dentro. Una passione estetica, una passione da voyeur, da collezionista. Mi sembrava molto vivo. Dei testi violenti in cui le scene erotiche e gli atti di dissezione venivano raccontati come delle azioni amorose.”


Le fotografie che corredano l'articolo non sono affatto casuali.
Si tratta di scatti realizzati dallo stesso Hervé Guibert in vari musei anatomici, tra cui il Museo delle cere Grévin e la Specola di Firenze. Fotografie esposte al pubblico l'anno scorso in occasione della mostra "les Palais des monstres désirables" alla galleria parigina "Les Douches".

Scattate alla fine degli anni '70, esse hanno qualcosa di premonitore.
Commenta infatti Christine Guibert, organizzatrice della mostra e sua moglie fino alla morte: "In ogni caso, Hervé ha sempre pensato che sarebbe morto giovane e intorno a lui lo pensavamo tutti. La sensazione che tanta giovinezza trionfante, talentuosa, tanta bellezza, non potesse durare. Dava sempre l'impressione di negoziare con la morte un po' di tempo in più per fare un'opera. In quindici anni è riuscito a produrre un'opera considerevole, ma che resta opera giovanile poiché morto a 36 anni. Sapeva che il suo tempo era contato. Ma per tornare all'ossessione della morte, a questi corpi smembrati presenti nelle foto di quest'esposizione, non bisogna dimenticare che suo padre, che era stato ispettore veterinario, lavorava nei macelli e rientrava a casa con il camice sporco di sangue. Ciò disgustava Hervé ma lo affascinava anche".






C’è qualcosa di lucido e delirante allo stesso tempo in questo libro, qualcosa che richiama il grande Rimbaud della “Stagione all’inferno”. Nella sua frammentarietà, nei suoi pezzi di carne triturati e messi in vetrina, spettacolarizzati, Hervé Guibert racconta la vita, ce la restituisce nella sua parte più sotterranea attraverso una scrittura automatica e quasi meccanica, che scorre libera sotto la penna giocando per associazioni dirette, senza eufemismi, senza mezzi termini.  

Concludo l'articolo, sperando di avervi incuriosito e spinto a leggere il libro, con un'ultima citazione:
"Dopo questa serie di espressioni, il travestimento estremo, l'ultimo trucco, la morte. La imbavagliamo, la censuriamo, tentiamo di annegarla nel disinfettante, di soffocarla nel ghiaccio. Io voglio invece che alzi la sua voce potente e che canti, come una diva, attraverso il mio corpo. Sarà la mia unica partner e io il suo interprete. Non voglio ignorare questa fonte di spettacolarità immediata, viscerale.
Intendo darmi la morte sulle scene, davanti alle telecamere. Rappresentare uno spettacolo estremo, eccessivo del corpo mentre muore. Sceglierne i termini, i tempi, lo svolgimento, i dettagli. [...]
Nessun effetto speciale, nessuna presunzione. Un corpo vero, il mio vero sangue. Prendete e mangiate, bevete (la mia paranoia, la mia megalomania). Lo svuoterò con furore ed ebbrezza (il sangue caldo dell'eroina gonfierà le vene), lo dissanguerò, lo farò scoppiare come un sacco.
Il pubblico sarà in preda a convulsioni, spasmi, moti di repulsione, erezioni, vibrazioni, piaceri, vomiti di ogni sorta. Questo corpo comune a tutti si metterà a parlare. [...]
Chi mai vorrà riprodurre il mio suicidio, questo capolavoro di sicuro effetto? Chi vorrà filmare l'iniezione che provoca la morte più lenta, il veleno che penetra con un bacio, colando da una bocca all'altra (il mio nome è Fatalità)?"


Hervé Guibert e gli amori malati


È passato già molto tempo da quando ho letto per la prima volta un libro di Hervé Guibert e mi sono ripromesso spesso di parlarne qui sul blog. È uno scrittore affascinante e per questo non può mancare in questo wunderkammer virtuale dove tratto per lo più cose di nicchia, eppure curiose.
Piccolo accenno biografico per identificare l’autore: Hervé Guibert (1955 – 1991) è stato uno scrittore, critico e fotografo francese, omosessuale, morto all’età di 36 anni di AIDS, raccontata in uno dei suoi ultimi libri “All’amico che NON mi ha salvato la vita” (1990).




Il libro di cui parliamo si intitola “Fou de Vincent” (pazzo di Vincent), pubblicato nel 1989, edito éditions de Minuit.
La struttura del libro è particolare, molto post-moderna oserei direi, perché racconta la storia di un amore malato a ritroso, dalla fine all’inizio, e lo fa in maniera frammentaria, per piccoli segmenti senza nessi logici che li colleghino l’uno all’altro. La cosa a prima vista può sembrare una soluzione banale, che garantisce la narratività senza fare lo sforzo di un racconto continuo e logicamente coerente, ma vi assicuro, per i miei esperimenti letterari in prima persona, che è difficile e valido allo stesso modo di una narrazione classica. Ovviamente si tratta di scelte stilistiche, tutt’al più, e questo tipo di scrittura si presta a mio avviso a ricostruzioni di vicende già di per sé frammentate, dove c’è poco da parlare della storia in sé (magari perché comune o perché non è l’obiettivo principale dello scrittore) ma molto invece dell’interiorità del protagonista, del modo in cui egli ha vissuto, dei suoi pensieri spesso contraddittori.
Lo stile è molto efficace, le frasi sono spesso nominali, brevi, concise, a tratti ambigue che lasciano intendere altro e che spiazzano per l’alternarsi di termini volgari ed eleganti in uno stesso periodo. Le metafore sono al limite del quotidiano, oggettivizzate, una lampada, un'illustrazione pornografica, il sudore, una danza al ritmo di Kiss di Prince, etc ... 
 Come ho già accennato, dal punto di vista narrativo, la storia è molto semplice: il protagonista (presumibilmente coincidente con l’autore, quindi Hervé) è pazzo di Vincent. Ma il loro amore non è sano, bensì tossico dall’interno.
Vincent è più giovane, preferisce le donne ma si accontenta dei favori che il protagonista gli fa continuamente, sessuali e non, come un pupazzo nelle sue mani. Droga, sesso, alcool, sono questi i vizi che coronano la loro “relazione” e che fanno di Vincent un narcisista dedito alla ricerca solo e soltanto del proprio piacere personale. Una passione devastatrice e masochista che può diventare amore puro, odio o desiderio crudele a seconda dei momenti. “Che cos'era? Una passione? Un amore? Un'ossessione erotica? O una delle mie invenzioni?”, si chiede il narratore in una delle prime battute del libro.

Ma veniamo adesso agli estratti, per dare un’idea complessiva del modo di scrivere di Hervé Guibert e dei suoi intenti letterari.




Riletto ieri sera con emozione, aspettando Vincent, i "Frammenti d'un discorso amoroso": ho l'impressione di perseguire spesso le cose indicate da Barthes.


Vincent non è disponibile: deve andare a prendere la sua paga, e preferisce spenderla senza di me, con delle ragazze, la carogna.


Questa voglia furiosa (ottusa e gloriosa, lamentabile) di cazzi, e che deve essere più in generale, di sessi, di fesse (ho sentito Vincent sognarle ad alta voce l'altra notte mentre lo succhiavo), non è essa così astratta e primordiale come la voglia del libro, del quadro?


Vincent stava cagando, e io ho provato a succhiarlo: non era un vizio o la ricerca di un’eccitazione eccezionale, ma si trattava semplicemente di un movimento amoroso.


Lui mi dice che non crediamo alle stesse cose, perché lui non crede a nulla, né all'amore né alla letteratura, né tantomeno a Dio, appena appena alla bellezza dell'onda o della neve. Vuole farmi mangiare le mie illustrazioni pornografiche mentre lui, così dice, del libro che gli ho appena regalato, divorerà i bordi prima di attaccarsi alle parti inchiostrate, più amare.


L'essere che manca alla mia vita: colui che saprà (s)battermi, ho creduto a lungo che sarebbe uscito da T., che sarebbe stato un essere compreso in lui sdoppiatosi, ma non lo è mai stato per nulla; ho creduto a lungo che sarebbe stato Vincent, ma non lo è mai stato per nulla. Qualche volta dubito della necessità di un'annotazione, come questa qui, ma la scrittura fa presto cadere ciò che in lei si annunciava di tortuoso: l'indicibile.

Hervé Guibert e Vincent

Lui ha ballato nella mia bocca (*chiaro riferimento all’irrumazione).




Su “Kiss” di Prince ballava con il suo sesso nella mia bocca, in quel momento avrei potuto chiedergli qualsiasi cosa. 




Si, aspettarlo è delizioso, ubriacarmi aspettandolo è delizioso (io sono, come sempre nella scrittura, talvolta il sapiente e talvolta il ratto che lui sventra per poi esaminare).


Con Vincent abbiamo passato la maggior parte della notte a tentare di mettermelo dentro. Ciò mi ha fatto venire in mente le notti bianche giovanili in due, le prime in assoluto, dove la sensualità porta allo sfinimento, dove la ricerca vana del piacere diventa più esaltante del piacere atteso, e dove i corpi si mettono a sganciare uno strano odore, al di là della sessualità, un sudore d'assoluto.


Ho restituito la droga all'amico che me l'aveva procurata. (*qui il narratore lascia intendere i suoi tentativi di allontanarsi da questo amore malato, a partire dai vizi che lo costituiscono)


Era un contatto troppo crudele: per vedersi c'era bisogno che a lui andasse tutto male e che io invece stessi bene. (*indice di narcisismo!)


Avevo mal di testa, gli domandai di massaggiarmi il trapezio della mia schiena. I suoi palmi rinsecchiti, ruvidi, screpolati dalle micosi passavano sulle mie spalle, il mio cuore li rendeva dolci come la seta.


Mi sembra che l'ultima volta mi abbia detto: "non sarei mai capace di farti del male".


Vincent non è venuto: non è solo la privazione della sua carne, ma il crollo delle speranze, questo sogno di viaggio, la prospettiva principale atrocemente otturata di colpo. Stamattina mi sento come un disastrato.
 
Foto di Hervé Guibert, dal titolo "Vincent"
Guardo vicino a lui delle cassette porno con delle ragazze, gli carezzo il dorso da sotto la maglietta, la sua mano mi difende il suo sesso, dopo una bella mezz'ora la leva, struscio la verga da sopra il pantalone, senza riuscire a sbottonarlo, vedo ai suoi lati una delle immagini che mi eccita di più, un ragazzo che lecca un cazzo che entra ed esce dalla vagina, e lui si addormenta.


Stamattina, tra le lenzuola di T. e di C., mi sono masturbato inventando un sempiterno scenario: ho il diritto di leccare Vincent, l'abbiamo convenuto insieme, ma non di succhiarlo; ogni volta che ci provo, malgrado questo divieto, può battermi a sangue.


Per farmi masturbare da lui, Vincent mi obbliga a sognare ad alta voce delle maestre che non ho mai avuto. E ovviamente, fantastica su mia sorella, me la fa descrivere, mi domanda d'incontrarla, di portargliela.


Sogno: Vincent me lo succhia, finalmente, riesco a mettergli il cazzo nella bocca, noto che sotto la lingua ha delle piccole stelle bianche (*probabilmente qualche malattia o qualche droga), devono essere scappate dal globo stellare che avevo lasciato acceso per addormentarmi.


D'ora in avanti, sull'agenda, per superstizione, aggiungo un punto interrogativo al suo nome (*qui il narratore lascia intendere che Vincent non gli da certezze, che la sua assenza spesso è ingiustificata e che l’amore che prova per lui è a senso unico)



Spero che i frammenti vi siano piaciuti e che vi abbiano dato un'idea del libro, alla prossima!