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Lo spazio della pagina in Perec






Perec è sempre un piccolo incidente di percorso nella mia vita, qualcosa in cui mi ci imbatto per caso e ogni volta si rivela una scoperta incredibile.

Chi mi conosce sa bene quanto io ami le riflessioni metaletterarie, quando la letteratura compiace sé stessa contraendosi (o forse dilatandosi) nella propria autoreferenzialità, in un gioco di astrazione che conferma il suo essere un mondo a sé, con la sua concretezza, le sue speculazioni, i suoi giochi linguistici, le sue regole e contro-regole… Così facendo essa si auto-infrange, spezzando la normale parete che si instaura tra il narratore e il lettore, per mostrarsi finalmente dall’interno, senza orpelli o artifici di sorta. Scarnificandosi essa mostra i giochi, gli scherzetti e gli strumenti retorici che usa per convincerci e affabularci. Ecco che allora i personaggi sbucano fuori dalle pagine, dialogano col lettore o lo scrittore, si interrogano sulle dinamiche che percorrono la pratica letteraria, le tecniche che la sostengono, i motivi che la sospingono.

Un’altra cosa che mi ha sempre affascinato a riguardo è anche il fatto che gli scrittori che si danno a riflessioni meta-letterarie spesso e volentieri hanno un approccio per così dire “leggero” alla letteratura. In un certo senso proprio il distacco dagli inganni della finzione letteraria spinge gli scrittori ad abbandonare la pesantezza della retorica per poter abbracciare con leggerezza la propria scrittura. A tal proposito, il titolo della mia tesina di maturità era proprio: “Elogio della leggerezza: riflessioni leggere sulla metaletteratura” [1]
Se immaginiamo quindi di inventare un canone impostato sulla dicotomia metaletteratura – leggerezza, possiamo affermare con certezza che Perec merita a pieno titolo di farvi parte. E ancora una volta me l’ha confermato con il libro sorprendente di cui vi parlerò oggi: Espèces d'espaces (1974).

"L'oggetto di questo libro non è esattamente il vuoto, tratta piuttosto di ciò che c'è intorno ad esso, o al suo dentro. Ma alla fin fine non è che ci sia un granché: il niente, dell'impalpabile, praticamente dell'immateriale: dell'estensione, all'esterno, di ciò che c'è al di fuori di noi, ciò che sta in mezzo a ciò in cui ci muoviamo, l'ambiente circostante, lo spazio d’intorno.
Lo spazio. Non proprio gli spazi infiniti, quelli il cui silenzio, a forza di prolungarsi, finisce per innescare qualcosa che assomiglia alla paura, neanche i già quasi "domestici" spazi interplanetari, intersiderali o intergalattici, ma gli spazi molto più vicini, minori in linea di massima: le città, per esempio, o ancora le campagne o tutt'al più i corridoi della metropolitana, o ancora un giardino pubblico.
Noi viviamo nello spazio, in questi spazi, in queste città, queste campagne, questi corridoi, questi giardini. Ciò ci appare evidente. Può darsi che ciò dovrebbe essere effettivamente evidente. Ma in realtà non lo è affatto e questo va da sé. È reale, evidentemente, e di conseguenza, è verosimilmente razionale. Lo si può toccare. Ci si può finanche lasciare andare con l'immaginazione.
Niente, per esempio, ci impedisce di concepire delle cose che non siano né delle città né delle campagne (né delle periferie), o ancora dei corridoi della metropolitana che siano al tempo stesso dei giardini. Niente ci impedisce neanche di immaginare una metro in piena campagna (ne ho visto persino una in una pubblicità su questo tema ma - come dire? - era una campagna pubblicitaria). Ciò che è certo, in ogni caso, è che a un'epoca senza dubbio troppo lontana affinché qualcuno di noi possa averne serbato un ricordo che sia un minimo preciso, non c'era niente di tutto questo: né corridoi, né giardini, né città, né campagne. Il problema non è neanche sapere come si è arrivati a tutto ciò, ma semplicemente di riconoscere che ci si è arrivati, che si è lì: non c'è uno spazio, un bello spazio, un bello spazio intorno, un bello spazio intorno a noi, ci sono dei piccoli pezzi di spazi, e uno di questi pezzi è un corridoio della metropolitana, e un altro di questi pezzi è un giardino pubblico; [...]
In breve, gli spazi si sono moltiplicati, smembrati, diversificati. Ce ne sono oggi di tutte le taglie e di ogni sorta, per tutti gli usi e tutte le funzioni. Vivere, è passare da uno spazio all'altro, cercando il più possibile di non sbatterci contro."

Oggetto dell’indagine letteraria di Perec è in questo caso lo spazio inteso nelle sue molteplici forme. Con un’analisi allo stesso tempo semiologica e fenomenologica, egli percorre lo spazio in direzione estensiva: da una dimensione di prossimità (vedremo, la pagina) a quella lontana e forse inconcepibile degli spazi siderali. Noi ci occupereremo solo della pagina.

“Lo spazio di un foglio di carta (modello internazionale regolamentato, in uso in tutte le Amministrazioni, in vendita in tutte le cartolerie) misura 623,7 cm2. Bisogna scrivere un po' più di sedici pagine per occupare un metro quadro. Supponendo che il formato medio di un libro sia 21 x 29,7 cm, si potrebbe, smantellando tutte le opere stampate conservate alla Biblioteca Nazionale e stendendo accuratamente le pagine l'una a fianco l'altra, coprire interamente sia l'isola di Sant'Elena sia il lago del Trasimeno.
Si potrebbe calcolare anche il numero di ettari di foreste che ci è voluto per produrre la carta necessaria a stampare le opere di Alexandre Dumas padre che, lo ricordiamo, si è fatto costruire una torre in cui ciascuna pietra portava, scolpito, il titolo di uno dei suoi libri.”

La pagina è il primo spazio che viene in mente al nostro scrittore (forse proprio in quanto scrittore) e anche il primo che il lettore può osservare durante la lettura. Uno spazio creato come gli altri spazi e persino misurabile come gli altri spazi.



In questo passaggio, invece, Perec mette in evidenza il contrasto tra pieni e vuoti che si viene a creare nello spazio della pagina. La carta è lo spazio e l’inchiostro lo abita. “Guardate: sulla carta sono crocefisso coi chiodi delle parole” diceva il poeta Majakovskij.
L’inchiostro riempie lo spazio e lo orienta, piazzando le lettere come degli oggetti sul vuoto del foglio dandogli un ordine preciso. Questo lo avevano ben capito i futuristi, quando ad inizio del Novecento - nel passaggio da una poesia dell’orecchio di stampo simbolista a una poesia dell’occhio di stampo avanguardistico – inventarono le parole in libertà.
Se la tradizione occidentale prevede un’abitudine di lettura da sinistra a destra [2], fatto che porta in sé anche la nozione di orizzontalità e linearità nell’orientamento della pagina, i futuristi nella loro lotta anarchica al sistema vigente vogliono affermare un nuovo linguaggio visuale rovesciando la prospettiva.
A tal proposito particolarmente interessante è il quadro La rivolta” di Luigi Russolo (1911), perché mette in evidenza la nostra concezione di linearità. Se per noi occidentali il corso naturale delle cose è concepibile come una linea immaginaria verso destra (perché, per l’appunto siamo abituati a leggere da sinistra a destra, tanto una pagina quanto un quadro), la rivolta allo status quo non può che andare in direzione contraria, da destra verso sinistra.

Luigi Russolo, La Rivolta (1911)


Sulla falsariga di questo concetto, c’è anche Il ciclista” di Natalia Goncharova (1913), dove si vede un ciclista che va contro-corrente (in questo caso la direzione “corretta” sarebbe data dalla mano all’angolo sinistro della tela).

Natalia Goncharova, Il Ciclista (1913)

Ma per tornare a Perec, mi piace quindi evidenziare come simpaticamente e argutamente egli voglia ricordarci com’è fatto lo spazio della pagina; come su di esso si posino i caratteri tipografici, seguendo un ordine dato per scontato ma ben preciso che è quello che va da sinistra e destra e dall’alto in basso; e come persino nel rapporto tra le pagine si instauri l’ordine fronte-retro. Se ci riflettiamo bene, queste considerazioni portate alle estreme conseguenze potrebbero far nascere pagine assolutamente illeggibili, spazi assolutamente inabitabili per il nostro essere razionale.



Mi ha ricordato anche un passo di “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Calvino:
"Il romanzo che stai leggendo vorrebbe presentarti un mondo corposo, denso, minuzioso. Immerso nella lettura, muovi macchinalmente il tagliacarte nello spessore del volume: a leggere non sei ancora alla fine del primo capitolo, ma a tagliare sei già molto avanti. Ed ecco che, nel momento in cui la tua attenzione è più sospesa, volti il foglio a metà d'una frase decisiva e ti trovi davanti due pagine bianche.
Resti attonito, contemplando quel bianco crudele come una ferita, quasi sperando che sia stato un abbacinamento della tua vista a proiettare una macchia di luce sul libro, dalla quale a poco a poco tornerà ad affiorare il rettangolo zebrato di caratteri d'inchiostro. No, è davvero un candore intatto che regna sulle due facciate che si fronteggiano. Volti ancora pagina e trovi due facciate stampate come si deve. Continui a sfogliare il libro; due pagine bianche s'alternano a due pagine stampate. Bianche; stampate; bianche; stampate: così via fino alla fine. I fogli di stampa sono stati impressi da una parte sola; poi piegati e legati come fossero completi. Ecco che questo romanzo così fittamente intessuto di sensazioni tutt'a un tratto ti si presenta squarciato da voragini senza fondo, come se la pretesa di rendere la pienezza vitale rivelasse il vuoto che c'è sotto. Provi a saltare la lacuna, a riprendere la storia afferrandoti al lembo di prosa che vien dopo, sfrangiato come il margine dei fogli separati dal tagliacarte. Non ti ci ritrovi più: i personaggi sono cambiati, gli ambienti, non capisci di cosa si parla, trovi nomi di persone che non sai chi sono: Hela, Casimir. Ti viene il dubbio che si tratti di un altro libro [...]"

In questo caso a spaventare il lettore è il vuoto della pagina, l’assenza di scrittura. Quando la scrittura ritorna, però, sarà la discontinuità nella narrazione a interrompere definitivamente il piacere della lettura, rendendo il romanzo “squarciato da voragini senza fondo”.
Lo spazio della pagina ha quindi bisogno di parametri precisi affinché affiori il fantastico mondo della letteratura, fatto di parole e di lettere, nient’altro che di parole e di lettere.






[1] In particolare gli esempi trattati nella tesina furono: “Il codice di Perelà” di Palazzeschi, “Se una notte d’inverno un viaggiatore” e “Lezioni americane” di Calvino, “Niebla” di Unamuno e “Le vol d’Icare” di Queneau.
[2] Non è così per esempio nei geroglifici, dove si afferma una scrittura di tipo bustrofedico in cui si alternano i due sensi opposti di destra e sinistra, o ancora nell’alfabeto arabo che si scrive e legge da destra a sinistra. O per parlare dei modi di lettura si potrebbero citare i manga giapponesi che notoriamente vanno cominciati dall’ultima pagina.

Husdent, il cane di Tristano (e Isotta)


Il medioevo è così curioso.
Si è preoccupato di tramandarci i nomi di spade e animali dei personaggi famosi e non il nome della moglie di Carlomagno (che Manzoni per ovvie ragioni letterarie chiama Ermengarda).
E così sappiamo che Roland maneggiava la Durlindana, il suo compagno Olivier l’Hauteclaire, il loro signore Carlo Magno la Gioiosa (sappiamo il nome della spada e non della moglie!), Artù ha estratto Excalibur e il re inglese Edoardo il Confessore spezzò la Cortana.
Stesso discorso vale per gli animali, il cane di Artù si chiamava Cavall, quello di Tristano Husdent, e sempre nella stessa opera, quello regalato a Isotta Petit-Crû.
È curiosa la logica che c’è dietro, senz’altro.
Un bellissimo affresco del Parmigianino nel castello di Fontanellato a Parma.

E così oggi ci troviamo a parlare del cane di Tristano.
Uno degli esempi più belli nella letteratura dei nostri amici a quattro zampe, se mai ne esistesse una.
Più o meno tutti conosciamo la storia di Tristano e Isotta, la storia che secondo il critico Denis De Rougemont è alla base della nostra cultura in tema amoroso, tormentata e struggente, come gli amori che ci piace vivere.
Un amore vissuto, tranquillo e trasparente è al di fuori dei nostri canoni estetici, e questo il Rougemont ce lo ha dimostrato con un bellissimo saggio dal titolo “L’amour et l’occident”.
Tristano e Isotta si amano, ma di un amore adultero, e a suo modo dipendente, assuefatto, a causa di un filtro d’amore.
Tralascio i dettagli della storia addentrandomi subito nel testo, di cui ho selezionato alcuni brani.

[Piccola premessa sulle fonti. La storia di Tristano e Isotta è considerata un vero e proprio mito, prodotto dalla società medievale su un’originale base celtica, e come tale le sue origini sono probabilmente popolari e tramandate oralmente. Motivo per il quale vi è una molteplicità di fonti, sia antiche sia moderne.
Le più famose sono quelle di Béroul e di Thomas d’Angleterre.
Quella su cui ho basato la mia traduzione è la versione di Joseph Bédier, un filologo francese attivo nei primi anni del novecento, che mette insieme i due autori sopracitati]

La foresta
Tristano e Isotta sono fuggiti dal castello del re Marco (marito di Isotta), per vivere in “libertà” il loro folle amore.


Tristano aveva cresciuto un cane, un cane da caccia, bello, vivo, agile nella corsa […]
Si chiamava Husdent. Avevano dovuto rinchiuderlo sulla torre più alta del castello, ostacolato da un ceppo sospeso al suo collo; dal giorno in cui aveva smesso di vedere il suo padrone, rifiutava ogni pietanza, grattando la terra col piede, piangendo, urlando. Molti ne ebbero compassione.
«Husdent – dicevano - nessuna bestia ha mai saputo amare come te; Salomone aveva detto saggiamente che “il mio vero amico è il mio levriero”».
E il re Marco, ricordandosi dei giorni andati, sognava in cuor suo: «Questo cane mostra grande affetto piangendo così il suo signore: perché non c’è nessuno in tutta la Cornovaglia che valga Tristano?»
Tre baroni andarono dal re:
«Sire, fate slegare Husdent: così sapremo se porta un tal cordoglio per il rimpianto del suo padrone; o se, non appena liberato, il muso aperto, la lingua al vento, inseguirà, per morderli, persone e bestie.»
Lo si liberò.  Così Husdent saltò dalla porta e corse fino alla camera che una volta apparteneva a Tristano. Gridò, gemette, cercò, scoprì infine la traccia del suo padrone. Percorrendo passo passo la strada che Tristano aveva seguito verso i roghi. Tutti lo seguivano.
Lui abbaiò fortemente e salì verso la falesia (*costa rocciosa tipica della Cornovaglia).
Ecco che, giunto alla cappella, salì sull’altare; all’improvviso si gettò dalla vetrata (* come aveva fatto Tristano nella sua fuga), cadde ai piedi di una roccia, riprese la pista sul greto, si fermò un istante nel bosco fiorito dove Tristano si era imboscato, poi ripartì verso la foresta. Chiunque lo vide ne ebbe pietà.
«Sire – dissero allora i cavalieri – smettiamo di seguirlo; potrebbe condurci in un punto da cui il ritorno sarebbe arduo.»
Lo lasciarono e se ne tornarono.
Nel bosco, il cane abbaiò ancora e la foresta ne fece l’eco.
Da lontano, Tristano, la regina (Isotta) e Governal (*lo scudiero di Tristano) lo sentirono: «ma è Husdent!».
Si spaventarono: senza dubbio il re li seguiva; così li inseguiva come bestie con dei segugi!... Sprofondarono in un fossato.
Al margine, Tristano si voltò, tendendo il suo arco. Ma quando Husdent lo vide e riconobbe il suo padrone, saltò fino a lui, scosse la testa e scodinzolò la coda, inarcò la schiena, gli girò intorno.
Chi aveva mai visto una tale gioia?
Poi corse da Isotta la Bionda, da Governal, e fece la festa persino al cavallo.
Tristano ne ebbe molta pietà:
«Ahimé! Per quale sciagura ci siamo ritrovati? Che può fare di questo cane, che non sa trattenersi dalla gioia, un uomo ricercato? Per le pianure e per i boschi, per tutta la terra, il re ci insegue: Husdent ci tradirà con il suo abbaiare. Ah! È per amore e nobiltà d’animo che è venuto a cercare la morte. Bisogna guardarcene allora. Che fare? Consigliatemi.»
Isotta lo accarezzò e disse:
«Sire, risparmiatelo! Ho sentito parlare di un forestiero gallese che aveva abituato il suo cane a seguire, senza abbaiare, la traccia di sangue dei cervi feriti. Amico Tristano, che gioia se riuscissimo ad addestrare così Husdent!»
Egli ci pensò un attimo, mentre il cane leccava le mani d’Isotta. Tristano ne ebbe pietà e disse:
«Voglio provare; mi è troppo difficile ucciderlo.»
Presto Tristano se ne andò a caccia, uccise un daino ferendolo con una freccia. Il cane voleva lanciarsi sulla via del daino, gridando così forte che la foresta risuonò. Tristano lo fece tacere picchiandolo; Husdent alzò la testa verso il padrone, si spaventò, non osando più abbaiare, abbandonando la traccia; Tristano lo mise sotto di lui battendolo col bastone di castagno, come fanno i venatori per eccitare i cani; a questo segnale, Husdent voleva abbaiare di nuovo, e Tristano lo corresse.
Insegnandolo a questo modo, appena un mese dopo, l’ebbe abituato a cacciare in silenzio: quando la freccia feriva un capriolo o un daino, Husdent, senza mai usare la voce, seguiva la traccia sulla neve, il ghiaccio o l’erba […]
-
La separazione
Abbiamo visto quindi che Tristano ha rincontrato il suo cane Husdent, che, nella fuga, aveva dovuto lasciare al castello. Abituandolo pian piano al mondo della foresta e alla vita da fuggiasco, ha fatto in modo che non risultasse un ostacolo bensì un ottimo aiuto.
Nel prossimo brano vediamo che Tristano e Isotta decidono di separarsi, scambiandosi reciproci doni. Piccola nota: la società medievale è una società del dono e del contro-dono, la letteratura che ne è lo specchio simbolico riesce bene a rappresentare questo intricato sistema di scambi e favori.

«Mio dio! - disse Tristano - che dolore perdervi, amica! Ma devo, poiché la sofferenza che vi sto infliggendo posso adesso risparmiarvela. Quando giungerà l’istante di separarci, vi donerò un regalo, pegno del mio amore. Dal paese lontano in cui vado, vi invierò un messaggero; lui mi porterà la vostra volontà, amica, e, al primo appello, dalla terra lontana, accorrerò.»
Isotta sospirò e disse:
«Tristano, lasciami Husdent, il tuo cane. Mai un levriero di valore ha mai conservato così alto l’onore. Quando lo rivedrò, mi ricorderò di te e sarò meno triste. Amico, ho un anello di diaspro verde, prendilo per l’amore che provi per me, portalo al dito: se mai un messaggero asserisse di venire in tuo nome, non lo crederò, qualsiasi cosa faccia o dica, se non mi mostrerà quest’anello. Ma, dopo averlo visto, nessun potere, nessuna difesa reale m’impediranno di fare ciò che tu mi hai chiesto, che sia saggezza o follia.»
«Amica, vi dono il mio Husdent.»
«Amico, prendi questo anello come ricompensa.»
E i due si baciarono sulle labbra.



Il buffone
Siamo verso la fine del romanzo, una delle mie parti preferite. Tristano, allontanato dalla Cornovaglia per tanto tempo, dopo aver vagato in lungo e in largo per le varie corti al servizio di diversi signori, decide di tornare dalla sua bella Isotta perché vuole essere certo di essere ancora ricambiato da lei.
Si presenta nelle vesti di straccione, da scemo del villaggio, buffone di corte. Contraffacendo la sua voce fa in modo di non essere riconosciuto, così bene da non essere riconosciuto nemmeno da Isotta. Unica eccezione: il suo cane!

«Amico, siate il benvenuto!»
Tristano rispose con la voce eccezionalmente contraffatta:
«Sire, il più buono e nobile fra tutti i re, sapevo che alla vostra vista il mio cuore si sarebbe riempito di dolcezza. Dio vi protegga, vostra maestà!»
«Amico, cosa siete venuto a chiedere quaggiù?»
«Isotta, che ho molto amato. Ho una sorella che vi porto in cambio, la bellissima Brunehaut. La regina vi annoia, provate questa qui, facciamo cambio, vi do mia sorella, offritemi Isotta; la prenderò e vi servirò con amore.»
Il re se ne ride e dice al buffone:
«Se io ti do la regina, che ne vorrai fare? Dove la porterai?»
«Lassù, fra il cielo e le nuvole, nella mia bella casa di vetro. Il sole l’attraversa con i suoi raggi, i venti non possono smuoverla, porterò la regina in una sala di cristallo, tutta tempestata di fiori, luminosa al mattino quando il sole la colpisce.»
Il re e i suoi baroni dissero fra loro:
«Ecco qui un folle serio, abile nella parola!»
Lui si era seduto sul tappeto guardando teneramente Isotta.
«Amico, gli disse Marco, da dove ti giunge la speranza che la mia dama si prenderà cura di un buffone orripilante come te?»
«Sire, ne ho il diritto: ho compiuto per lei grandi fatiche, ed è per lei che sono divenuto folle»
«Chi sei dunque?»
«Sono Tristano, colui che ha molto amato la regina, e che l’amerà fino alla morte.»
A questo nome, Isotta sospirò, cambiò colore del viso e, corrucciata, gli disse:
«Vattene! Chi ti ha fatto entrare qui? Vattene, maledetto buffone!»
Il buffone notò la sua collera e disse:
«Regina Isotta, non vi ricordate del giorno in cui, ferito dalla spada avvelenata del Morholt (*gigante che Tristano ha combattuto all’inizio del romanzo, di qui in poi Tristano enumera tutte le imprese che ha fatto per Isotta riassumendo punto per punto il romanzo), trascinando la mia arpa sul mare, spinto verso le vostre rive? Voi mi avete guarito. Non vi ricordate più, mia regina?»
Isotta rispose:
«Vattene da qui, pazzo; non mi piacciono né i tuoi occhi né tu»
All’istante il buffone si voltò verso i baroni, li cacciò verso la porta gridando:
«Folli, via di qui! Lasciatemi da solo con Isotta, perché sono venuto quaggiù per amarla».
Il re se ne ride, Isotta arrossisce:
«Sire, cacciate questo buffone!».
Ma il buffone riprende, con la sua voce contraffatta:
«Regina Isotta, non vi ricordate del grande drago che ho ucciso nella vostra terra d’Irlanda? Ho nascosto la sua lingua in tasca, e, interamente bruciato dal suo veleno, sono caduto nei pressi dell’acquitrino. Ero allora un meraviglioso cavaliere! … e attendevo la morte, quando mi avete soccorso.»
Isotta risponde:
«Taci, tu ingiuri i cavalieri, perché non sei altro che un buffone dalla nascita. Maledetti siano i marinai che ti portarono fin qui, invece di gettarti in mare!»
Il buffone scoppiò a ridere e continuò:
«Regina Isotta, non vi ricordate del bagno dove volevate uccidermi con la mia spada? E del racconto del capello d’oro che vi calmò? (*il re Marco scelse Isotta perché un uccello aveva portato i biondi capelli di lei al suo capezzale, Tristano era stato mandato in Irlanda per annunciare la lieta notizia della nozze di cui Isotta era rimasta entusiasta, in quanto voleva dire che finalmente poteva diventare una regina a tutti gli effetti). E come vi ho difesa contro il siniscalco codardo?».
«Taci, perfido contastorie! Perché vieni qui a spacciare le tue fantasticherie? Ti sei ubriacato ieri sera senza dubbio, e l’ebbrezza ti fa vagheggiare.»
«È vero, sono ubriaco, e di una tale bevanda che mai quest’ebbrezza si dissiperà. Regina Isotta, non vi ricordate del giorno così bello, così caldo, in alto mare? Avevate sete, non vi ricordate, principessa d’Irlanda? Bevemmo entrambi dallo stesso recipiente (*il filtro d'amore che li ha fatti innamorare). Da lì in poi, sono stato sempre ebbro, e di una terribile ebbrezza…»
Quando Isotta intese queste parole che solo lei poteva comprendere, si nascose la testa sotto il mantello, si alzò e volle andarsene. Ma il re la trattenne per la punta d’ermellino e la fece sedere al suo fianco:
«Aspettate un poco, Isotta, amica, che finiamo di ascoltare queste sciocchezze fino in fondo. Buffone, che mestiere sai fare?»
«Ho servito re e conti»
«Sire – gli dice Isotta - mi sento stanca e dolente. Permettete che vada a riposare nella mia stanza; non posso più ascoltare queste follie».
Si ritirò pensierosa nella sua camera, si sedé sul suo letto, e portò un gran cordoglio:
«Povera me! Perché sono nata? Ho il cuore pesante e lacerato. Brangien (*la sua ancella), cara sorella, la mia vita è così aspra e dura che varrebbe molto di più la morte! C’è lì un buffone, venuto qui in un momento sbagliato: questo buffone, questo giocoliere è un cantante o un indovino, perché sa punto per punto il mio essere e la mia vita; sa delle cose che nessuno sa, eccetto te, me e Tristano; lui le sa, il maledetto, per incantesimo e sortilegio.»
Brangien rispose:
«Non sarà proprio Tristano in persona? »
«No, perché Tristano è bello ed è il migliore fra i cavalieri; ma quest’uomo orripilante e contraffatto … Sia maledetto da Dio! Maledetta sia l’ora in cui è nato, e maledetta la nave che l’ha portato qui invece di affogarlo fra le onde profonde!»
Lui entra, vede Isotta, si lancia verso di lei, le braccia tese, vuole stringerla al petto; ma, imbarazzata, bagnata di un sudore d’angoscia, lei si getta all’indietro, lo schiva; e, vedendo che lei evita il suo contatto, Tristano trema di vergogna e di collera, si fa vicino alla parete, vicino alla porta; e, con la voce sempre contraffatta:
«Certo … – dice – ho vissuto troppo … perché ho visto il giorno in cui Isotta mi respinge, non si degna di amarmi, mi ritiene un vile! Ah! Isotta, chi ben ama tardi dimentica (*proverbio francese)! Isotta è una cosa bella e preziosa, una fonte abbondante che sgorga e corre a fiotti larghi e chiari, il giorno in cui si dissecca, non vale più niente: così un amore si inaridisce.»
Isotta rispose:
«Fratello, ti guardo, dubito, tremo … io non so, non riconosco Tristano.»
«Dama regina, so bene che vi siete sbarazzata di me e vi accuso di tradimento. Ho vissuto, cara, dei giorni in cui mi amavate d’amore vero. Era la foresta profonda, sotto la loggia di fogliame. Vi ricordate ancora del giorno in cui vi ho dato il mio bel cane Husdent? Ah! colui che mi ha sempre amato, e per me lascerebbe Isotta la Bionda. Dov’è? Che ne avete fatto? Lui, per lo meno, mi riconoscerebbe.»
«Vi riconoscerebbe? Voi dite follie; perché, dopo che Tristano è partito, lui se ne resta laggiù, accoccolato nella sua nicchia, e si lancia contro ogni uomo che si avvicini a lui. Brangien, portatemelo.»
Brangien lo porta.
«Vieni qui, Husdent – dice Tristano – tu eri mio, io ti riprendo.»
Quando Husdent sente la sua voce, fa scappare il guinzaglio dalle mani di Brangien, corre dal suo padrone, rotola ai suoi piedi, lecca le sue mani, abbaia di gioia.
«Husdent! – grida il buffone – benedetta sia, Husdent, la pena che ho messo nel crescerti! Tu mi hai dato una migliore accoglienza di colei che ho tanto amato. Lei non vuole riconoscermi: riconoscerà solamente questo anello che mi ha donato tempo fa, con pianti e baci, il giorno della nostra separazione? Questo piccolo anello di dispro non mi ha mai lasciato: spesso gli ho domandato consiglio nei miei tormenti, spesso l’ho bagnato delle mie lacrime calde.»
Isotta vide l’anello. Spalancò le braccia:
«Eccomi qui! Prendimi, Tristano!»
Allora Tristano smise di contraffare la sua voce:
«Amica, come hai potuto così a lungo rinnegarmi, più a lungo di questo cane? Che importa quest’anello? Non pensi che mi sarebbe risultato più dolce essere riconosciuto al solo ricordo dei nostri amori passati? Che importa il suono della mia voce? È il suono del mio cuore che avresti dovuto ascoltare»
«Amico – dice Isotta, forse l’ho sentito più spesso di quel che tu pensi; ma noi siamo avviluppati di menzogne, inganni: dovevo, come questo cane, seguire il mio desiderio, al rischio di farti prendere e uccidere sotto i miei occhi? Mi sono difesa e ti ho difeso. Né il ricordo della tua vita passata, né il suono della tua voce, né questo anello stesso mi provano alcunché, perché potrebbero essere benissimo i perfidi giochi di un mago. Io mi rendo, pertanto, alla vista dell’anello: non ho giurato forse che, non appena l’avrei rivisto, anche a costo di perdermi, avrei sempre fatto quel che tu mi avresti chiesto, che fosse saggezza o follia? Saggezza o follia, eccomi qui; prendimi, Tristano!»

Siamo giunti alla fine per tirare le fila del discorso e spiegare perché ho scelto di focalizzarmi proprio su Husdent.
Il motivo per cui mi ha colpito molto la sua figura è forse proprio il fatto che rispecchia molto quello che è il nostro immaginario di cane, sempre disponibile, fedele e affettuoso.
Husdent non ha bisogno di contraffazione, sa che il suo padrone è lì, non importa le vesti sotto cui si presenta. È tutto fiuto, tutto istinto. Saprebbe riconoscerlo anche fra mille sosia, ed è per questo che la sua fiducia è illimitata, il suo affetto incommensurabile.
Per questo annovererei questo cane fra i più importanti della presunta letteratura canina, in questo canone lui non dovrebbe affatto mancare!
Alla prossima.

Mi ricordo di... Georges Perec!





Nel 1978 lo scrittore francese Georges Perec, già membro dell’Oulipo da undici anni, pubblica un libro di frammenti intitolato “Je me souviens”. Sempre seguendo le limitazioni formali e le cosidette “contraintes littéraires” (regole prestabilite su cui costruire il testo) del laboratorio di letteratura potenziale, lo scrittore fa iniziare ogni frammento con la stessa espressione: “Je me souviens” (io mi ricordo).


Ma di cosa esattamente si ricorda Perec?
Vediamolo con la spiegazione che da lui stesso al libro:
“Questi esercizi di memoria, questi “io mi ricordo”, sono dei piccoli pezzi di quotidiano, delle cose che tale e tale anno, tutte le persone di una stessa età hanno visto, vissuto, condiviso, e che poi sono sparite, finendo nel dimenticatoio; esse non valgono la pena di far parte della Storia, né di figurare nei Memoriali degli uomini di Stato, degli alpinisti e dei mostri sacri.
Succede però che poi ritornino, qualche anno più tardi, intatte e minuscole, per caso o perché le si è cercate, una sera, tra amici; era qualcosa che avevamo imparato a scuola, un campione, un cantante o una star che sfondava, un’aria che era sulle labbra di tutti, un hold-up (sostegno) o una catastrofe che figurava in prima pagina, un best-seller, uno scandalo, uno slogan, un’abitudine, un’espressione, un vestito o una maniera di indossarlo, un gesto, o qualcosa di ancora più sottile, d’inessenziale, a tutti gli effetti banale, miracolosamente strappato alla sua insignificanza e ritrovato per un istante, suscitando per qualche secondo un’impalpabile piccola nostalgia”.

Ed è con questi piccoli pezzi di quotidiano che mi piacerebbe oggi fornire uno spaccato del libro, pescare qui e lì i frammenti che più mi sono piaciuti e rievocare un po’ le mode degli anni vissuti da Perec.



7
Je me souviens du “tac-tac”

 Il tac-tac era un giocattolo famoso negli anni 70, costituito da due palline di plastica attaccate alle due estremità di un filo. Fu così celebre da apparire persino nei film come per esempio “Tout le monde il est beau, tout le monde il est gentil” di Jean Yanne.
Nel fotogramma seguente, a giocarci è uno dei protagonisti interpretato da Bernard Blier.






43
Je me souviens de l’Adagio d’Albinoni

 Un bellissimo adagio che ho scoperto grazie a Perec.




46
Je me souviens de l’époque où la mode était aux chemises noires
(Mi ricordo dell’epoca in cui c’era la moda delle camicie nere)

 Che non è l'epoca delle camicie nere di Mussolini!



51
Je me souviens des autobus à plate-forme: quand on voulait descendre au prochain arrêt, il fallait appuyer sur une sonnette, mais ni trop près de l’arrêt précédent, ni trop près de l’arrêt en question.
(Mi ricordo dei bus a piattaforma (anni 50): quando si doveva scendere alla prossima fermata, bisognava premere un campanello, ma né troppo vicino alla fermata precedente né troppo vicino alla fermata in questione.)





54
Je me souviens que Voltaire est l’anagramme de Arouet L(e) J(eune) en écrivant V au lieu de U et I au lieu de J.
(Mi ricordo che Voltaire è l’anagramma di Arouet L(e) J(eune) scrivendo V al posto di U e I al posto di J)




62
Je me souviens des scoubidous.

Ebbene sì, la moda degli scoubidous non è affatto recente! Risale agli anni 50 ed è una delle più durevoli, tanto da far costruire negli anni 60 persino delle sedie. Queste tipo di mode gli inglesi le chiamano “fad”, veri e propri fenomeni e tendenze che si sono affermate nel tempo. Un ottimo esempio è l’hula hoop, affermatosi come gioco verso la fine dei Cinquanta e che ancora oggi è uno dei più giocati dell’infanzia.
L’argomento dei fad meriterebbe una ricerca a parte e non è detto che non vi tornerò in seguito. 





79
Je me souviens de “Ridgway la peste”

Ridgway era un generale americano contro cui i comunisti francesi protestarono il 28 Maggio 1952 perché accusato di aver utilizzato delle armi batteriologiche nella guerra di Corea

Quando ci indignava per davvero!





136
Je me souviens quand on revenait de vacances le 1er Septembre, et qu’il y avait encore un mois entier sans école
 (Mi ricordo di quando ritornavamo dale vacanze il 1 Settembre e c’era ancora un mese intero senza scuola)



140
Je me souviens de:
“C’est nous les gars de la marine,
De plus p’tit jusqu’au plus grand,
Du moussaillon au commandant,
Partout du Chili jusqu’en Chine,
On les r’çoit à brazouverts,
Les vieux loups d’mer!”

(Mi ricordo di:
“Siamo noi i ragazzi della marina,
dal più piccolo al più grande,
dal mozzo* al comandante,
dappertutto, dal Cile alla Cina,
li si accoglie a braccia aperte,
i vecchi lupi di mare!”

* (mar.) giovane di età inferiore ai diciott’anni e con meno di 24 mesi di navigazione, imbarcato su una nave mercantile come apprendista e addetto ai servizi secondari di bordo









142
Je me souviens qu’Alain Robbe-Grillet était ingénieur agronome
(Mi ricordo che Alain Robbe Grillet era ingegnere agronomo)

Alain Robbe-Grillet sarà uno dei nomi fondamentali della letteratura contemporanea francese, grazie al suo contributo nella corrente del Nouveau Roman e l’école du regard (di cui parleremo nei prossimi articoli).




148
Je me souviens que Fidel Castro était avocat.
(Mi ricordo che Fidel Castro era avvocato)


174
Je me souviens de Mai 1968
(Mi ricordo di Maggio 1968)





183


Je me souviens que j’étais souvent confondu avec un élève qui s’appelait Bellec.
(Mi ricordo che mi confondevano spesso con un altro compagno che si chiamava Bellec)





194
Je me souviens de "Racine boit l'eau de la fontaine Molière"
(Mi ricordo di "Racine beve l'acqua dalla fontana Molière)

Questa mnemotecnica mi ha colpito fin da subito poiché verte su un gioco di parole fatto con i nomi dei grandi personaggi del Seicento francese: Racine, Boileau (beve l'acqua, se letto in modo diverso), La Fontaine, Molière.
In un'altra versione c'è anche La Bruyère ed è un uccello ad abbeverarsi alla radice (Racine) di una brughiera (La Bruyère).




Mi fermo qui per il momento.



Chissà che un giorno qualcuno non si metterà a raccogliere le tendenze di adesso, ricordandosi dei fidget spinner, di ask.fm, dei trilli su MSN, dei risvoltini, del pulcino pio, del balletto di Gangnam Style, delle abbreviazioni (xké, gg, nn) o ancora di espressioni come “chupa”, “truzzo” e “bimbominkia”, ecc… ecc…
Tutte cose che con la velocità delle tendenze attuali tendono a sparire nel giro di un anno, per non dire di mesi. Non trovate?